sabato 13 febbraio 2016

REGOLAMENTO





11° TWILIGHT FANFICTION CONTEST DEL GRUPPO FSOTFF



"SAN VALENTINO"

1) Personaggi:
Dovranno essere usati i personaggi della Twilight Saga.
(opzione scelta tramite sondaggio nel gruppo)
2) Genere:
Ammessi tutti i generi: dramma, comico, tragico, erotico, sentimentale, vamp, fantasy, ecc.
3) Contesto:
San Valentino
4) Era:
Qualsiasi
5) Luogo:
Qualsiasi
6) Modalità di scrittura:
La storia potrà essere scritta nella forma preferita, sia in prima persona che in terza persona. Può prevedere cambi di POV.
7) Forma:
ONE SHOT - La storia dovrà essere in capitolo UNICO ed avere senso compiuto. Se la storia è a capitoli, sarà comunque pubblicata in un unico post.
8) Lingua:
Italiano
9) Restrizioni :
- La storia deve essere nuova, mai pubblicata né interamente né in nessuna delle sue parti.
- La storia deve essere corretta al meglio delle possibilità individuali;
- Non è obbligatorio il betaggio;
- Non saranno accettate richieste di betaggio alle admin, quindi le storie saranno postate così come inviate;
- Dovete allegare una sola foto o un banner in accompagnamento alla storia; dette foto non dovranno mostrare in alcun modo organi genitali e non potranno mostrare il nome dell'autrice.
- La storia non potrà includere atti sessuali con bambini o animali;
- La lunghezza della storia non potrà essere inferiore alle 5 pagine di Word, o editori di testo simili, in carattere simile all’11 Arial, e non superiore alle 90 pagine. Detti termini di lunghezza sono puramente indicativi e affidati al buon senso delle autrici.
- La storia deve essere ANONIMA, così come la foto o banner in allegato, che invece potrà contenerne il solo Titolo.
- Durante il periodo del contest non si potrà dare alcun indizio sulla storia che si sta scrivendo.
10) Termini di consegna lavori:
Le storie dovranno essere inviate già terminate e in messaggio privato a Cristina o Laura, entro e non oltre SABATO 13 FEBBRAIO 2016 ore 23.59.
11) Inizio contest:
La data di pubblicazione delle storie avverrà in blog apposito DOMENICA 14 FEBBRAIO 2016
12) Fine contest:
La data di fine del contest è fissata SABATO 5 MARZO 2016 ore 23.59, con la chiusura del blog ai commenti.
13) Le storie non potranno essere pubblicate altrove prima della fine del contest celebrata con la premiazione delle vincitrici.
15) Modalità di voto: 
VOTO POPOLARE
le lettrici potranno esprimere il loro giudizio personale commentando graziosamente ogni storia, assegnando un punteggio UNIVOCO DA 1 A 3 in ordine di gradimento crescente: ognuno dei 3 voti potrà essere usato UNA SOLA VOLTA.
16) Commenti: ogni lettrice potrà esprimere il proprio parere commentando graziosamente e alle autrici è NEGATA la possibilità di rispondere fino a contest concluso.
17) Premi:
Saranno assegnate delle foto targa alle prime 3 classificate.
18) Le admin si riservano il diritto di ritirare le storie dal contest qualora non rispettino i punti sopra indicati.
19) Per qualsiasi suggerimento o modifica al regolamento rivolgersi alle admin anche nei commenti in chiaro nel gruppo.
20) Nel qual caso vengano utilizzate immagini o edit reperite in Internet, si ringrazia l'autore e se ne accreditano i diritti al legittimo proprietario.

Caramella al lampone





Stavo correggendo i compiti dei miei piccoli alunni di terza elementare, quando mi venne in mente che l'indomani sarebbe stato San Valentino.
Un gemito di disperazione uscì dalle mie labbra: odiavo quella festa!
Meditai di chiudermi in casa, staccare il telefono ed immergermi nell'ennesima visione dell'ESORCISTA.
Non volevo avere niente a che fare con cose anche solo vagamente romantiche.
Il giorno dopo, in pausa pranzo, ebbi già un assaggio di ciò che mi aspettava.
Le mie colleghe ed amiche, Alice e Rosalie, mi coinvolsero in una sfiancante discussione sulle più svariate sorprese che i loro fidanzati, Jasper ed Emmett avrebbero potuto organizzare per festeggiare degnamente la ricorrenza.
Io mi estraniai nei miei pensieri, lasciando che le loro voci mi giungessero come un eco lontano, annuendo strategicamente di tanto in tanto, per mostrare interesse e fingendo espressioni di meraviglia sentita e partecipe alle loro ipotesi degne del più melenso film romantico mai esistito.
Annoiata andai con la mente al passato.
Non avevo sempre detestato San Valentino, c'era stato un tempo in cui anche io lo adoravo ed ero elettrizzata quando la fatidica data si avvicinava.
Ma allora ero più giovane, ingenua e credevo nell'amore eterno, sicura di averlo trovato in Jacob, il mio ragazzo fin dal primo anno delle superiori.
Poi però, proprio il giorno di San Valentino di due anni prima, dopo che convivevamo solo da un paio di mesi, ero tornata a casa prima dal lavoro, chiedendo un permesso, in modo da poter preparare una gustosa cenetta, rendermi carina e finire di incartare il regalo che avevo comprato per lui il giorno prima, un cellulare di ultima generazione che tanto desiderava.
Ero sicura di fargli una stupenda sorpresa, ma invece lui l'aveva fatta a me facendosi trovare a letto, nel nostro letto, con la nostra vicina di casa, fresca di divorzio da un marito pieno di soldi, ma tanto vecchio da poterle essere padre.
Jacob non aveva il becco di un quattrino, dato che era un semplice meccanico nell'officina di suo zio Sam, però era un bel ragazzo, giovane e vigoroso.
Il dolore e l'umiliazione di quel tradimento, uniti al fatto di essere figlia di due divorziati, avavano fatto sì che smettessi di credere nell'amore e di conseguenza nella tanto decantata festa che lo celebrava.
Quando la nostra pausa finì, respirai di sollievo e salutate le mie amiche mi diressi verso la mia aula.
Aprii la porta e vidi il piccolo Edward che armeggiava intorno alla cattedra.
- Edward come mai non sei in mensa con i tuoi compagni? Cosa fai qui?-.
Al suono della mia voce il bambino sobbalzò e si voltò di scatto, rosso in viso.
Non ebbi il tempo di aggiungere altro perchè come un razzo sfrecciò di corsa fuori dalla porta.
Scuotendo la testa divertita pensai un momento al mio alunno.
Edward era un bambino delizioso.
Tranquillo, riservato, molto intelligente e con una grande passione per lo studio, una grande voglia di imparare che mi dava molta soddisfazione.
Era anche un bambino bellissimo con capelli castano ramati e stupendi occhioni verdi.
Purtroppo era molto timido ed il fatto di amare lo studio ed essere più intelligente della media lo rendeva estraneo ai suoi coetanei che lo guardavano con diffidenza, anche se lui sembrava non curarsene e preferiva sedersi sotto un albero a leggere un libro anzichè giocare a pallone durante la ricreazione.
Io cercavo di fare il possibile per aiutarlo ad interagire con il resto della classe ma sembrava che i miei sforzi non dessero l'esito sperato.
Mi avvicinai alla mia postazione solo allora  mi accorsi che sulla cattedra c'era una caramella al lampone, il mio gusto preferito che brillava alla luce del primo pomeriggio,nella sua bella carta rossa, accanto una busta bianca.
Curiosa presi la lettera, l'aprii e lessi ciò che c'era scritto.
" Cara maestra Isabella, volevo farti un regalo ma ho solo questa caramella, l'ultima che mi è rimasta ma te la do volentieri perchè so che è al tuo gusto preferito. Te la regalo per ringraziarti, anche se sono piccolo mi sono accorto che fai di tutto per farmi andare d'accordo coi compagni così che mi chiamino a giocare con loro. Non devi preoccuparti però io sto bene anche da solo.
Mi sono anche accorto che tu sei sempre sola come me e che guardi le altre maestre con un sorriso triste quando vanno via insieme ai loro fidanzati, allora ho deciso: se vuoi sarò io il tuo fidanzato, così posso aiutare te come tu cerchi di aiutare me, anche perchè non lo so se a te piaccia davvero davvero stare da sola.
Certo devi aspettare un po', darmi il tempo di diventare grande, ma poi giuro che ti sposo. Non mi piace vedere quel sorriso triste che fai, voglio vedere sempre il tuo sorriso allegro, come quando mangi le caramelle al lampone che ti prometto non mancheranno mai quando saremo sposati.
Io sono solo un bambino e molte cose non le so o non le capisco, come ad esempio perchè una signorina bella, brava e buona come te non abbia un fidanzato che le vuole bene, forse quando si diventa grandi si diventa stupidi? Allora non voglio diventare grande, però se non cresco non ti posso sposare... quindi facciamo così io divento grande ,ma giuro, croce sul cuore, di non diventare stupido e di vedere sempre tutte le cose belle che tu hai.
Adesso devo andare, mamma mi sta chiamando a cena, ma anche se non sei ancora la mia fidanzata voglio lo stesso farti gli auguri : BUON SAN VALENTINO MAESTRA ( QUASI FIDANZATA) ISABELLA."

                                   Il tuo quasi fidanzato :


Una lacrima scivolò sul mio viso.
Ero commossa per il gesto del mio piccolo allievo.
Con parole semplici mi aveva insegnato, lui a me, che l'amore esiste per tutti e che in ognuno ci sono cose belle che possono rendere felice un altra persona.
Bastava solo aspettare e la persona giusta sarebbe arrivata.
Sì, forse San Valentino non era poi così malvagia come festa...



Un San Valentino alla volta





Attraverso il giardino della villa per raggiungere la dependance, d’inverno il secondo ingresso diventa impraticabile e quest’anno sembra che il giardiniere se ne sia dimenticato dato che non si riesce a scorgere neanche la passatoia.
Le finestre sono ancora tutte chiuse.
Sta dormendo, oppure si sta rotolando nelle coperte.
Infilo il mio duplicato nella serratura, la faccio scattare piano.
Entro con passo felpato, lo sento che si rigira nel letto e ne approfitto per avvisare della mia presenza.
“Buongiorno” urlo dalla porta.
“Si vabbè… Buongiorno” mi risponde con un grugnito.
Oggi giornata storta, ma quando è così mi diverto di più.
E’ più di un anno che lavoro in questa casa accudendo Edward, niente di faticoso.
Le mie mansioni sono “semplici e sistematiche”, come ha precisato sua sorella durante il colloquio.
Entro.
Lo sveglio.
Gli ricordo le medicine e controllo che le prenda.
Gli riscaldo il bagno.
Lo invito a farsi la doccia.
Preparo la colazione.
Sistemo la sua stanza.
E prima che lui esca per la sua passeggiata giornaliera gli ricordo di portarsi dietro il cellulare.
Glielo metto al collo e questo è uno dei momenti più emozionanti. Giornata storta o no lui è sempre pronto a rifilarmi uno sguardo strappa mutandine ed ad aspettare che sia io a mettergli il cordoncino al collo, come fosse una medaglia.
Faccia a faccia.
Per pochi secondi.
Potrebbe benissimo farlo da solo, in fin dei conti lui ha solo problemi di memoria, ma si diverte a mettermi in imbarazzo. Dopo di che esce. Io risistemo la cucina e sono libera di andare, tranne che per questo week end.
Sua sorella e il marito stanno festeggiando il loro San Valentino da favola, concedendosi un fine settimana a Parigi, e dietro lauto compenso hanno chiesto a me di fermarmi con Edward, sono cinque anni che non si separano mai da lui, come potevo rifiutare?
Avanzo per il corridoio, busso alla sua porta chiedendo permesso e lui risponde da sotto le coperte: “Indietro!”
Ridacchio e entro ugualmente.
Accendo la luce e vedo spuntare quel suo viso meraviglioso, con gli occhi ancora assonnati che si rianimano subito alla mia vista.
“Ciao bella!” Ogni mattina mi illudo che quel bella sia perché mi riconosce e sa il mio nome, ma no…lo usa per non sbagliare, è davvero un gentiluomo.
Un bel ragazzone di 30 anni senza memoria breve, risultato di un lungo intervento che gli ha sì salvato la vita asportando una massa tumorale, ma gli ha lasciato questo spiacevole handicap: non riesce a memorizzare nuove informazioni, la sua memoria è ferma a prima dell’intervento tranne per qualche piccolo lumino, casuale e solitario che riesce a fare breccia.
“Eee così tu sei…la mia balia? La mia bella balia??”
Annuisco al suo sguardo strafottente, crogiolandomi nel sentirgli dire il mio nome, casualmente.
“Devo dire che mia sorella ha scelto proprio bene…”
Alice mi aveva avvertita “ha un atteggiamento da  provocatore, ma non morde è solo un guscio protettivo, in realtà fa così per allontanare le persone, è convinto di essere una compagnia pesante perciò usa la carta dello sfrontato quando non si lascia angosciare da questi pensieri…” ormai credo di conoscerlo bene, è sempre meglio così che in modalità taciturno e solitario e poi come vorrei che mi mordesse...
“Eee tu pensi proprio a tutti i miei bisogni?” che faccia da schiaffi.
Sospiro e ridacchio “Si si dalla pappa al cambio pannolone!”
Si fa improvvisamente serio, sgrana gli occhioni verdi sotto shock e si tasta, proprio li.
“Oook scusami, scherzavo, nessun pannolone… “
Salta fuori dalle coperte con un’evidente sporgenza…tira un sospirone e rimette su la maschera da latin-lover. “EJ tutto in ordine pfffiu…Allora sei bella e anche spiritosa…che altro mi nascondi? Ci conosciamo da molto?”
Non so mentire, è più forte di me, sarebbe più facile almeno per lui se io rispondessi da qualche giorno ma non ci riesco e lui mi fissa. “Ci conosciamo da poco più di un anno!”
Tutta la sua spavalderia viene spazzata da questa mia frase.
E con aria imbarazzata tenta di recuperare “e tu mi sopporti tutte le mattine? Me la devo essere proprio meritata la battuta sul pannolone! Perdonami se ho esagerato…”
Si guarda intorno indeciso sul da fare, lo sguardo basso, corro in suo aiuto suggerendogli di andarsi a fare la doccia, mi ringrazia e si defila.
Perdonarlo…gli perdonerei ben altro, è bello scherzare e sentirsi corteggiata.
Ho cercato di tenerlo fuori dalla mia mente e dal mio cuore ma credo di esserci riuscita solo per le prime settimane, anzi ad essere sincera solo per i primi giorni.
Sono totalmente, incondizionatamente innamorata di lui.
È come la cotta per una stella del cinema o della musica, passionale, viscerale, che popola i tuoi sogni ma regala brividi reali. Intossica la tua realtà con l’amara consapevolezza di essere per lui solo un viso tra tanti altri.
Rimasta sola nella sua stanza comincio a rifare il letto. L’aria è pregna del suo odore. Dovrei spalancare le finestre ma preferisco aspettare ancora un po’, intanto sposto le lenzuola e inalo la sua essenza. Passo la mano sul letto ancora caldo e sogno ad occhi aperti.
48 ore.
Io e lui.
Soli.
Cerco di ricompormi, finisco di risistemare e vado in cucina.
Nel corridoio mi imbatto in lui appena uscito dalla doccia, un brivido mi attraversa mentre non riesco a evitare di squadrarlo.
I capelli ancora umidi.
Il petto nudo.
L’asciugamano in vita.
Scalzo.
Sorride godendosi il momento, devo avere proprio un’espressione ridicola.
Cerco di recuperare un po’ di contegno ma lui infierisce.
“Bel panorama?”
“Ehm scusa è solo che pensavo…che potrei cioè no dovresti asciugarti meglio…c’è molto caldo no no volevo dire freddo…ok?...ehm meglio che continui il mio lavoro.”
La sua splendida risata riempie l’aria, mi rinchiudo in cucina e aspetto di riprendermi.
Dopo pochi minuti entra con fare cospiratorio.
“Ehi tu…per caso hai visto quella bella ragazza che mi importunava nel corridoio poco fa?”
Per un attimo credo che si sia realmente dimenticato che ero io, ma il suo sguardo beffardo mi fa ricredere subito.
Ridacchia e si accomoda al tavolo.
Senza alzare lo sguardo gli servo la colazione e le medicine e scappo nel bagno a riordinare.
Oggi è particolarmente sfrontato. E ancora non sa che resterò con lui per due giorni interi…sogno.
Mi riprendo di colpo quando sento picchiettare sulla porta, e lui è lì, sorride, sono stata beccata in piena estasi mentre maneggiavo il suo spazzolino. Cazzo che giornata storta.
“Allora carissima ?”
“Bella…mi chiamo Bella”
“Ok carissima Bella, quando hai finito di approfittare del mio povero e inerme spazzolino vuoi condividere con me i MIEI programmi per la giornata?”
Imbarazzata? Noooo è riduttivo. Non è proprio giornata.
“Io in realtà stavo solo…non l’ho neanche… io…ero sovrappensiero, comunque i TUOI programmi per le prossime 48 ore saranno anche i MIEI. Alice e Jasper sono via per San Valentino e mi hanno lasciato a farti da BALIA fino a lunedì mattina.”
“Wow, dici davvero? Allora cosa proponi? La cosa si fa molto allettante…”
Mi blocca il passaggio nel corridoio, sembra un adone, in posa, sorride, ammicca e io cado nella sua rete ad ogni sguardo.
“Quello che preferisci…”
“Che ne dici di farmi compagnia nella mia passeggiata mattutina?”
“Volentieri, anche se ad essere sincera non sono una gran camminatrice…”
“Non ti preoccupare, qualcosa di leggero…”
Noto nel suo viso un ghigno strano, probabilmente mi pentirò di aver accettato, ma pur di rimanergli affianco scalerei l’Everest.

Stiamo camminando da una mezz’ora buona, ci siamo lasciati alle spalle il centro del paese, e arranchiamo o almeno arranco in un mare di terriccio fangoso, terrorizzata all’idea di finire col sedere a terra.
Lui è spedito e deciso, poche parole, ogni tanto mi guarda e mi lancia un sorriso, io con il fiato corto che mi ritrovo non riesco quasi a tenere il passo figuriamoci tenere un discorso articolato.
L’aria è leggermente pungente, ma il sole comincia a riscaldare.
“Ehi ma abbiamo un appuntamento?”
Mi guarda con un’ espressione accigliata.
“Sai com’è sono un po’ fuori forma, e per ogni tua falcata ce ne vogliono almeno due delle mie”
Ridacchiando mi propone di fare una piccola pausa.
“Guarda lì! Poco più avanti c’è un masso enorme…potremmo sederci un po’, puoi farcela?”
“Non ho detto di aver bisogno di sedermi, ma almeno di rallentare…comunque… un paio di minuti seduti non ci faranno di certo male, no?”
“Certo! Bella –non-ho-bisogno-di-sedermi, non ci faranno male!!!”
Ci sediamo uno affianco all’altra.
Cerco di riprendere fiato, ma con lui così vicino è davvero dura.
Alzo il viso verso il sole e chiudo gli occhi.
Intorno a noi solo i rumori della natura.
Vorrei fargli tantissime domande, ma non voglio né risultare invadente né tantomeno intristirlo.
Così taccio e cerco di godermi la sua vicinanza fisica.
Un alito di vento mi regala il suo profumo, involontariamente sospiro.
Percepisco il suo sguardo e mi decido a riaprire gli occhi.
“Avresti preferito restare a casa e guardare la tv?”
“No davvero! Non sono in forma ma adoro la natura…tu vieni da queste parti tutte le mattine?”
“Bhè direi di si, almeno credo…”
Sento l’imbarazzo colorarmi il viso.
“Scusami sono stata poco delicata…è che io ti vedo uscire tutte le mattine e …non rientri mai mentre io sono ancora a casa tua e… perciò ho supposto che tu faccia delle lunghe passeggiate…”
“Non ti preoccupare… passeggio molto per far passare la giornata…è davvero dura non avere degli impegni, aspettare che qualcuno organizzi qualcosa per te, che si renda disponibile, che lo faccia con voglia…ma ormai il peggio è passato!”
Un velo di tristezza scende ad incupire i suoi fantastici occhi.
“Lo sapevo!” penso indispettita.
“Cosa?” lo fisso non comprendendo la sua domanda…
“Hai detto Lo sapevo , cosa sapevi?”
“Oh cazzo ho pensato a voce alta…e… ho detto cazzo…”
“Bella ti rendi conto che stai parlando e non pensando vero???” mi chiede ridendo di gusto.
“Scusami ma ho questo brutto difetto, quando sono nervosa non riesco a controllare i miei pensieri e mi lascio sfuggire la qualsiasi…”
“Ahahahah davvero interessante! Ma per prima cosa smetti di scusarti e secondo poi che cosa ti rende nervosa?”
Il mio cervello continua a non filtrare le informazioni e d’impulso rispondo “Tu…lo stare con te!”
Sento il rossore risalire il mio viso.
“In che modo ti rendo nervosa?” Ecco rispuntare la sua faccia da schiaffi, sorrido imbambolata quando vedo l’ilarità raggiungere i suoi occhi.
“Non credi sia meglio riprendere la nostra passeggiata, in modo che il fiato corto non mi permetta di dire altre stupidaggini?”
“Sei davvero incantevole!” Si alza e mi allunga una mano. Sto per afferrarla in automatico quando l’intimità di quel gesto mi frena. Con poca “nonchalance” mi alzo e perdo tempo per sistemarmi i pantaloni. Quando alzo lo sguardo lui è ancora lì, con la mano allungata e un’aria di sfida.
Guardandomi negli occhi mi dice “Tranquilla, non mordo!” così mi decido ad afferrarla.
È così strano ma allo stesso tempo così naturale.
Sentire la sua pelle contro la mia, mi disturba, mi rende irrequieta; mi sembra così intimo e ci stiamo solo tenendo per mano, se dovessimo baciarci rischierei un ictus?
Fisso le nostre mani unite e mi perdo…inciampo…e gli finisco contro. Lui mi sorregge e divertito mi prega di non svenire, in fondo ci stiamo solo tenendo per mano. Una risatina acida è l’unica cosa con cui riesco a ribattere, e poi cala di nuovo il silenzio fino a quando lui non mi richiede spiegazioni per le mie parole di poco prima.
“Allora hai deciso di fare la misteriosa o vuoi dirmi a cosa ti riferivi prima con quel Lo sapevo?”
“Nessun mistero… è solo che quando si parla di te e del tuo problema ti incupisci…e i tuoi occhi…ooh i tuoi occhi…ehm diventano tristi e non mi piace vederli tristi, perciò evito di farti domande, anche se vorrei fartene tantissime, ma non vorrei sembrarti indiscreta e non vorrei essere invadente e non voglio vederti triste…l’ho già detto?...si credo di averlo già detto…ma vorrei conoscerti meglio e non esiste altro modo se non facendo domande…che potrebbero risultare poco delicate o troppo intime e allora …cazzo! Starai pensando che sono matta! E ho detto di nuovo cazzo!”
“WOW! Facciamo un bel respiro e cerchiamo di rilassarci?…ahahahah” Si gira verso di me e poggia le sue grandi mani sulle mie spalle, cattura la mia attenzione e riprende a parlare.
“Mi dispiace agitarti così, è dolce che tu ti preoccupi per me, che non vuoi vedermi triste, ma credo di saperla gestire abbastanza bene”
Mentre parla le sue mani scivolano sulle mie braccia in una carezza delicata e io rischio di perdere la concentrazione. “Ormai credo siano passati poco più di cinque anni dall’intervento, è sicuramente dura rendersi conto ogni giorno di non poter più badare a me stesso, di non avere un futuro certo, ma le cose sono molto migliorate dopo lo shock iniziale. La mia vita è stata stravolta così come quella di mia sorella e di Jasper. Gli amici si sono allontanati, quelli veri sono ancora presenti, ma capisco che può essere scocciante passare tanto tempo con me, perciò passeggio…mi piace, e mi permette di stare solo…conosco questi posti come le mie tasche, da piccolo correvo per questi sentieri quasi ad occhi chiusi ed oggi li percorro per sentirmi ancora me stesso, per accertarmi di non essermi perso del tutto, perché qui posso decidere io se andare dritto o girare, sono padrone del mio destino anche se solamente per qualche ora al giorno” Le sue mani sono scese fino a congiungersi con le mie, le sto stringendo, non vorrei lasciarle andare, lui mi fissa e non aggiunge altro, si avvicina e il mio stomaco spicca il volo, penso che stia per baciarmi quando all’improvviso si ricompone e si allontana, rompendo l’incantesimo.
La delusione si palesa a chiare lettere sul mio volto, sicuramente ho frainteso.
Riprende a camminare, tenendomi ancora per mano. “Adesso sono io che devo scusarmi, sei tu ad essere triste?”
“No, no è solo che penso spesso alla tua situazione, ti vedo tutte le mattine e penso che sia davvero dura…”
“Aaallora è così?”
“Così cosa?”
“Mi pensi spesso!”
Le mie guance si tingono di viola mentre tento di negare.
“Ti penso spesso nel senso che…non nel senso che…ooh cazzo…l’ho detto di nuovo!”
“Cosa?”
“Cazzo!” credo di aver raggiunto una colorazione vicina al bordeaux.
“Ahahahahah Bella siamo due persone adulte e sicuramente io non me ne faccio un problema se ti scappa qualche ‘brutta’ parola.”
Il sorriso che illumina il suo volto sembra rendere il mondo un posto migliore.
Sorrido di rimando.
“Ok ‘signorina brutte parole’ spara, cosa vorresti chiedermi?”
Fatico a tenere il cervello collegato alla realtà, nel mio mondo fatato ci stiamo già rotolando sul prato e tra una brutta parola e l’altra non chiedo, imploro.
“Pianeta terra chiama Bella…Bella rispondi!”
“Stavo solo cercando la domanda giusta.”
“E nel frattempo IMPLORAVI?”
“COSA? Non ci posso credere! Ma tu mi leggi nel pensiero??”
“Sfortunatamente no! Sei tu che suggerisci. In questo momento pagherei per poter vedere dentro la tua testolina”.
“Ehhm ee stavo pensando che è molto bello vederti sorridere e imploravo il Signore di far sì che succeda spesso!”
“Wow complimenti Bella, recupero ineccepibile, anche se decisamente poco credibile!”
“Perché??”
“Diciamo che il tuo viso era prossimo all’estasi ma non spirituale”
Sto decisamente soffocando. Vorrei essere inghiottita dalla terra. Ora.
Ma nulla trema e nulla mi inghiotte.
“Mi mandi davvero in confusione! Volevi una domanda o sbaglio??”
“Va bene cambiamo discorso” Il suo tono canzonatorio colora ogni frase.
“Parliamo di lavoro? Hai mai pensato di riprendere a lavorare?”
“Non credo, anche se potrebbe essere fattibile, basterebbe avere un’assistente, in fin dei conti ricordo ancora come scattare delle foto, chissà prima o poi!”
“Ricordi davvero solo cose legate alla tua vita prima dell’intervento?”
“In realtà no, col passare del tempo ho notato che qualche piccolo dettaglio preso qua e là rimane.
Ad esempio ricordo di qualcuno a cui era stata rubata una borsa in macchina e che io ho saltato la mia passeggiata mattutina e sono rimasto a casa ad aspettare notizie, credo si tratti di Alice”
Sgrano gli occhi e mi fermo “ERO IO!”
Sto saltellando di gioia. Troppa enfasi Swan ricomponiti!
“Davvero? Eri tu?”
“Siiii è successo circa un anno fa, hanno rotto il bussolotto e mi hanno preso la borsa e io me ne sono accorta solo quando sono arrivata da te!”
“Credevi di averla lasciata a casa, giusto?”
“Siiii, che emozione!
“Il furto?”
“No scemo il fatto che ricordi qualcosa che mi riguarda!”
“Ti emoziona?”
“Mi toglie il fiato!”
Eccoci di nuovo qua, io viola, bocca e cervello scollegati e lui che si fa beffa di me.
“Ti toglie il fiato???”
“Eeeh si questa camminata mi toglie il fiato!”
“Per caso hai un master in ‘recupero situazioni imbarazzanti’?”
“Non ancora ma mi alleno costantemente soprattutto con te!”
Sorridiamo come due ebeti guardandoci negli occhi.
“Noto con piacere che ne sei lusingata”
“Ok ne sono lusingata, compiaciuta, estasiata!”
“Anche io!”
“Cosa? Scusa?”
“Anche io sono lusingato, compiaciuto ed estasiato che ti emozioni e resti senza fiato per me, anzi per un mio ricordo!”
“Non dovevamo fare delle domande? E magari una pausa?”
“Pausa concessa, sediamoci sotto quell’albero.”
Stende a terra la sua giacca e mi fa segno di accomodarmi, siamo vicini, ancora, molto vicini.
“Allora Bella dimmi qualcosa di te”
“Ho 26 anni, mi guadagno da vivere lavorando per te, tua sorella è molto generosa, dopo essermi laureata in scienze della comunicazione sogno di fare la giornalista, sto seguendo un corso privato per poi iscrivermi ad un istituto di formazione giornalistica. Nel frattempo scrivo per un paio di siti internet che trattano cinema, direi…tutto qui.”
“Mi piacerebbe leggere qualcosa scritto da te.”
“In verità hai già letto qualcosa…”
“Davvero? Sul cinema?”
“Si, ma non c’è problema se non te ne ricordi, non ti incupire”
“Mi dispiace, chissà quante volte abbiamo fatto questo discorso”
“In realtà è la prima volta, te lo ha fatto leggere tua sorella perché voleva portarti a vedere un film che a te non interessava, e dopo aver letto la mia recensione sei andato al cinema con lei. Probabilmente non lo ricordi, si intitola The Rover, c’è un attore inglese che io apprezzo molto e”
“Patterson no aspetta Pattinson??”
“Siiii”
“Ecco un’altra cosa che ricordo…ne ho parlato con Alice, lei dice che per giorni ho fatto domande su questo Pattinson, doveva avermi colpito, chissà se la recensione o il film!”
“E comunque ricordi un’altra cosa che mi riguarda wow, e io che credevo di essere invisibile”
“Invisibile?”
“Bhè si, oltre a qualche battuta non hai mai dato segno di interesse, cioè non interesse in Quel senso, un interesse umano, cioè non che volessi instaurare chissà che rapporto con te, ma hai sempre mantenuto le distanze”
“Ahahah sei davvero divertente Bella, ‘interesse umano’??”
“Oh grazie, mi sento davvero divertente, buffa, impacciata, ma se il risultato è il tuo viso che si illumina ne vale la pena”
“Stai flirtando con me?”
“Nonono non mi permetterei mai!”
“Ah! Perché sei impegnata?”
Dopo il bordeaux quale grado di colorazione posso raggiungere?
“Nonono non sono impegnata. E tu?”
“Stai scherzando? Chi accetterebbe mai una situazione del genere?”
E’ lui che scherza… “io” io si che accetterei…
“Tu?? Tu cosa?”
“Io?? Io cosa?? Ho parlato? Nonono non credo proprio! Stavo pensando, avrò farfugliato qualcosa, ma non intendevo certo…”
Il suo sguardo si fa determinato, si gira completamente verso di me.
“Non intendevi, certo… perciò se io adesso…”
Alza una mano e mi accarezza il viso guardandomi dritto negli occhi.
Non so cosa vi legga ma il suo sguardo si fa incerto.
“Se avessi piena memoria delle mie giornate ti giurerei che le passo a pensare ai tuoi occhi, o al colorito delle tue guance…o a come devono essere morbide le tue labbra…”
Il mio cuore ha smesso di battere già qualche secondo fa ed ora mentre lui prende il mio viso tra le mani e si avvicina a me credo che stia per implodere.
Le sue labbra si avvicinano alle mie.
Il tempo sembra fermo.
Lui resta fermo.
Ancora indeciso.
Assaporo il momento…le sue lunghe dita arrivano a sfiorarmi il collo, il suo pollice accarezza il mio labbro, sospira alla ricerca del coraggio necessario per giungere alle mie labbra.
Tremo.
Trattengo il respiro e decido di tagliarlo io il traguardo.
Sono fuochi d’artificio, non saprei descrivere altrimenti la magia di questo momento.
Tanti piccoli baci a fior di labbra, contornati da tenere carezze.
Quando la sua lingua si fa strada mi disconnetto dal mondo esterno ed esiste solo lui, il suo respiro, le sue mani.
Non so esattamente quanto dura il tutto, per quanto tempo siamo stati sotto un albero a guardarci negli occhi, a liberare le nostre anime ricoprendoci di baci.
“Un giorno alla volta…”
“Possiamo provarci…”
Iniziamo a parlare in contemporanea, pensando la stessa cosa.
“Non sarà facile…”
“Possiamo riuscirci…”
“Sono sicuro che non dimenticherò questo momento, è stato… magico?!”
“E se lo dimenticherai?”
“Prometti che cercherai di ricordarmelo! Diamoci una possibilità Bella!”
“E se non ricorderai il mio nome?”
Il silenzio incombe.
Il dubbio cresce.
“Non posso prevedere come andrà, regaliamoci un weekend, io e te, il nostro ‘primo di molti’ o ‘primo e ultimo’ San Valentino”
Ci crede davvero alle sue parole, e il mio cuore non riesce a ritirare su quel muro che lo teneva al sicuro, i suoi baci lo hanno frantumato mattone per mattone. Sono consapevole di essere quella più vulnerabile, ma ho dalla mia più di un anno di sogni ad occhi aperti e voli pindarici.
Voglio rischiare di essere felice.
Nei miei occhi legge la determinazione e non servono altre parole, altre considerazioni.
“Io e te!”
Mentre ci crogioliamo sotto un insolito caldo sole, lui accarezzandomi il viso si avvicina e mi sussurra all’orecchio.
Quando ti diranno che t’ho dimenticata,
e anche se sarò io a dirlo,
quando io te lo dirò,
non credermi!”.

Non è il solito clichè





Merda. Anche la scolaresca che attraversa la strada, no!
Sono in ritardo, anzi, a voler essere precisi sono assurdamente in ritardo.
Questa volta è davvero la fine. Porca merda!
Ma non è colpa mia, non questa volta almeno.

Quando sono uscito di casa, dopo essermi cambiato i vestiti di una giornata assurda al lavoro, ho beccato un furgone di scarico merci proprio a bloccare la mia auto. Ho suonato il clacson un centinaio di volte, il tizio è uscito dal negozio infuriato come una iena mandandomi a fanculo coloritamente. Ho rinunciato al mio adorato SUV e sono corso in garage a prendere la macchina di mia sorella, che custodisco fino al suo ritorno dal viaggio di nozze.
Avete mai visto un omaccione di un metro e ottantanove su una minicar in cui si deve abbassare per riuscire a starci con la testa? Per non parlare dei pedali! Le gambe mi si atrofizzeranno fra circa due minuti a forza di stare piegate e ammassate là sotto. Maledizione! Non vi spiego neanche che diavolo significhi spostare il cambio o girare lo sterzo, per le mie povere braccia.

È iniziata come una giornata di merda, non ho buone prospettive per il fine serata.
Avevo organizzato tutto alla perfezione, ci saremmo incontrati davanti alla fontana Bethesda di Central Park, quella dove ci siamo beccati la prima volta, le avrei portato dei fiori, dei girasoli fatti arrivare appositamente per lei... poi le avrei offerto la cena nel bistrot in cui l'ho portata a mangiare al nostro secondo appuntamento.

Oh quel giorno, è marchiato a fuoco nella mia testa. Aveva avuto una giornata orribile, l'università non le dava tregua e la sua famiglia le aveva voltato le spalle definitivamente. Insistetti così tanto per farle accettare quell'invito, quasi mi sentii in colpa, ma quando riuscii a farla ridere e la ascoltai mentre si sfogava fui così orgoglioso di me stesso che mi scoppiava il cuore.

Dopo il bistrot volevo passeggiare lungo il margine del parco, proprio per mostrarle quanto fosse assurdo che quei due mondi coesistessero in simbiosi meravigliosamente.
Una metafora stupenda per la nostra storia.
Lei perfetta e al naturale, forte, energica ma allo stesso tempo delicata... proprio come la natura rappresentata perfettamente da Central Park. Con i suoi colori sgargianti che fanno a cazzotti con il grigiore del cielo e dei palazzi di New York, rigoglioso e rumoroso ma allo stesso tempo quieto e solitario che pare tu possa trovare il tuo posto indisturbato; delicato nella sua natura apparentemente statica ma forte per resistere ai cambiamenti e per emergere e spiccare in questa cupezza di colori.
Dall'altra parte ci sono io. Il grigiore, la durezza, l’iperattività della città.
Siamo insieme da due anni e mezzo e, in tutta sincerità, non capisco come faccia a sopportare un tale cazzone come me!
Quando l’ho conosciuta doveva sostenere gli ultimi tre esami per diventare fisioterapista, era dubbiosa se accettare il mio invito a cena ma, presa dalla frenesia, dalla voglia di ribellarsi ai suoi genitori e dalla forte attrazione che esplodeva tra noi ad ogni sguardo, miracolosamente accettò. Le feci una corte spietata, fino a farla crollare tra le mie braccia al terzo appuntamento, addossati alla porta della sua camera nel campus universitario, nel bel mezzo del corridoio dove chiunque passava poteva vederci. Non siamo stati a letto insieme quella notte, cercai di creare l’occasione perfetta due settimane dopo, a casa mia. Le avevo fatto trovare la musica che più le piaceva, una cena a base di sandwich e brownies, adorava sporcarsi le mani, e poi l’accompagnai in camera, dove avevo cambiato le lenzuola e le avevo scelte di seta nere perché la sua pelle lattea emergesse di più. Avevo pensato a tutto, proprio come stasera. Quella volta, però, ero puntuale, avevo tutto pronto e dovevo solo attendere che arrivasse.
Negli anni sono diventato un coglione.
Non so come mai, né so bene come tornare indietro, non vorrei comportarmi così con lei, ma finisco sempre per farla soffrire e farmi odiare. I nostri lavori sono incompatibili al massimo: lei lavora la mattina e il pomeriggio in una clinica di riabilitazione, io sono proprietario di un bar dove lavoro anche come barista praticamente tutte le sere della settimana. Ho vissuto con i miei genitori che facevano entrambi due lavori sottopagati per portare a casa la pagnotta per me e i miei quattro fratelli, non voglio trovarmi a dover affrontare la paura di non saper cosa dare da mangiare ai miei figli, un giorno.
Sempre se li avrò.
Ho acquistato il bar all’asta dei fallimenti, per un prezzo stratosfericamente inferiore al vero valore, poi l’ho rimesso a nuovo insieme ai miei fratelli Emmett e Jacob. Jasper ha iniziato a lavorare con me durante le serate e la sua ragazza, Alice, ci aiuta ben volentieri. Dovrei essere fiero di me stesso e del posto che ho messo su, ma quando guardo Bella negli occhi, quando la tengo stretta sul divano durante il mio giorno di riposo, non faccio altro che pensare a quanto sia fortunato e a quanto, nonostante tutto, non sia adatto a lei. Lei merita di meglio, l’ho sempre saputo. I suoi genitori non ci hanno pensato due volte a lasciarla da sola, lei ha fatto delle scelte che l’hanno allontanata: la specializzazione, il college, il ragazzo con cui uscire… Un insieme di decisioni che non sono piaciute ai suoi con cui già aveva un rapporto bellicoso. Nessun fratello o sorella. Nessuno zio. Ha solo me e la mia famiglia con cui ha un rapporto delizioso, invidiabile.

Il telefono squilla e, premendo il tasto, rispondo velocemente.
«Ehi fratello, scusa il disturbo, ho bisogno della serata libera domani sera.»
«Tutto quello che vuoi Jazz.»
«Ottimo. Emmett e Jacob hanno detto che per una sera mi sostituiscono, Rose ha detto che se avete bisogno lei c’è.»
«Ho detto, tutto quello che vuoi.» Gli alunni terminano di attraversare su quelle cazzo di strisce pedonali ma il vecchio davanti a me, con quella macchina più vecchia e acciaccata di lui sicuramente, non cammina. Porca troia! Mi attacco al clacson infuriato, come se da questo dipendesse la mia vita.
«Che cazzo succede? Non sei con Bella?»
«No merda! Sono ancora bloccato nel traffico. L’incontro con i fornitori è finito più tardi del previsto, un coglione mi ha bloccato la macchina e sono con l’auto di Mel a destreggiarmi in questo inferno.»
«Merda. L’appuntamento non era alle sette?»
«Non ricordarmelo!» Ringhio al telefono stringendo il volante nelle mie mani.
«Fratello sei in ritardo di un’ora. Bella ti ammazzerà questa volta.» Click, comunicazione interrotta.
Fottuto, sono fottuto.
Ho tirato troppo la corda e questa, prima o poi, si spezza. Me l’hanno detto tutti: i miei genitori, i miei fratelli, le ragazze dei miei fratelli e anche James, l’amico e collega di Bella della clinica. Per lei è così difficile fidarsi di qualcuno!
Io in questi due anni non ho fatto che deluderla. I primi mesi in cui siamo stati insieme tutto è filato liscio: ogni uscita, ogni ricorrenza, ogni serata passata nel mio appartamento… tutto perfetto. Poi la svolta. Il suo lavoro l’ha risucchiata, il tempo per vederci è stato sempre meno, la routine ha spezzettato i nostri momenti insieme e le occasioni per passare del tempo come coppia. A Natale le avevo regalato un week-end lungo in una SPA, un resort fantastico con milioni di servizi e di una bellezza mozzafiato. Era riuscita anche a prendersi due giorni di ferie e a trascinarmi nel suo turbine di eccitazione. Non aveva mai fatto una vacanza del genere, nonostante i soldi della sua famiglia. Era come una bambina meravigliata da tutto. Era una gioia vederla così felice e serena, energica e briosa. Attendevamo quel week-end con tutte le nostre forze, sapevamo entrambi che era quello che ci serviva per recuperare il nostro feeling e il nostro amore… ma un cliente molto influente la volle come fisioterapista alla clinica, giusto il sabato mattina, e un problema con le tubature al bar mi occupò le settimane seguenti. Il week-end lo avevo ceduto volentieri ai miei genitori e noi due avevamo litigato. Il lavoro sembrava assorbirci interamente, senza lasciare il tempo alla coppia che formavamo di farsi largo. Era una situazione angosciante. Volevo disperatamente stare con lei, ma non trovavamo mai il tempo.
Il tempo, questo bastardo.
Era inutile chiamarla e dirle che ero in ritardo dal momento che al messaggio di mezz’ora fa non ha neppure risposto. Chiamarla era come ammettere che non ce l’avrei fatta e che cercavo una scusa per rimandare. Ogni volta che il mio telefono squillava prima di un appuntamento con Bella mi ritrovavo a sperare e pregare che non ci fosse qualche problema… puntualmente restavo deluso. Era stanca, aveva degli straordinari da fare, James aveva bisogno di aiuto con un paziente, si era rotta la lavatrice per cui doveva fare il bucato a mano… cazzate di questo genere e molte altre. Odiavo chiamarla, odiavo sentire la sua voce per telefono perché stava a significare la distanza e la freddezza che, ormai, prevaricavano nel nostro rapporto.
Erano più le volte che litigavamo al telefono che quelle in cui ci dicevamo quanto ci amiamo. Perché io la amo, tantissimo.
La prima cosa a saltare oggi sono stati i fiori, impossibili da recapitare per un problema di trasporto, recitava il messaggio.
Va beh, mi son detto, ‘fanculo i fiori, basta il resto!
Avevo pensato a tutto, cazzo.
Non avevo pensato, però, al fatto che potessi ritardare.
Aveva ragione Jasper, questa volta mi avrebbe ammazzato. Non avrebbe tirato fuori una pistola e colpito i miei arti lasciandomi sanguinare in mezzo alla strada, no, avrebbe detto solo due parole. E’ finita.
Avevo organizzato tutto questo proprio la sera di San Valentino, per perdermi un po’ nel cliché cercando di sorprenderla a modo mio, provando a non litigare a non sbagliare nulla. Per una cazzo di volta. Sono mesi che trasciniamo questo rapporto ormai smorto, passano settimane prima che riusciamo a vederci e quando siamo uno di fronte all’altra o finiamo a letto insieme senza parlare o ci urliamo le cose peggiori. E’ sfiancante.

Le discussioni, poi, sono sempre le stesse e le insicurezze che mi assalgono sempre più pressanti. Io non sono l’uomo giusto per lei, non sono un banchiere, un cazzo di dottore, non sono neanche un militare che porta alto l’onore della patria. No, io sono un semplice ragazzo tatuato che gestisce un anonimo bar di New York, uno che alla prima occhiata non gli daresti neanche un dollaro.
Ho sempre pensato che lei meritasse di più e vedendo l’enorme stronzata di stasera ne sono sempre più convinto. Mi lascerà. Mi trascinerò a casa con il cuore infranto, con le tasche piene di speranze e il cuore spezzato in mille pezzi. Non credo abbia una vaga idea di quanto la amo o di quanto sia importante per me. Vorrei averglielo dimostrato, vorrei essere stato capace di dirglielo più spesso, di averle dato la giusta importanza, il giusto tempo. Invece ora ho combinato l’ennesimo casino, facendo cadere la goccia che farà traboccare il vaso.
Trovare parcheggio è, ovviamente, un’impresa paragonabile ad una guerra interplanetaria. Quando raggiungo la fontana sono certo che non ci sia più.
Un’ora e venti di ritardo. Sono una merda.
Mi guardo attorno, cercandola nella folla che riempie lo spazio attorno a me, mi muovo di qualche passo, rassegnato a rientrare in macchina e andare a casa sua per pregarla in ginocchio di ascoltarmi.
Invece lei è lì, seduta sul bordo marmoreo della fontana. Si stringe nel suo piumino per combattere il freddo, soffia sulle mani per donargli un po’ di calore sfregandole insieme e infilandole poi dentro le maniche. I capelli, in parte coperti da un cappellino bordeaux, svolazzano liberi al vento come se volessero fuggire via. Mi avvicino fino a sedermi al suo fianco, stanco e privato di ogni facoltà di parola. Non so come scusarmi con lei. Non so come farmi perdonare. La sento rabbrividire al mio fianco, non so se è solo per il freddo; una volta mi confessò che i brividi le venivano anche quando la accarezzavo, quando sentiva il mio profumo vicino a lei, quando poggiava la testa sul mio petto e io le accarezzavo la schiena con la punta delle dita. E ora? E’ tutto scomparso? E’ tutto finito?
Abbiamo fatto troppi errori? Ho dato tutto troppo per scontato?
Mi avvicino un po’ di più al suo corpo rigido, le appoggio un braccio sulle spalle e la attiro a me, la sua testa trova in automatico il posto sul mio petto e cerco di donarle un po’ del calore che ancora sento dentro.
«Non so come scusarmi con te.» Mormoro baciandole la testa attraverso il cappello e inspirando un po’ del profumo che l’aria spinge fino al mio naso.
Mi aspetto le sue parole arrabbiate, furiose, determinate e rassegnate. Mi aspetto di sentirle dire: «E’ finita.» da un momento all’altro. Invece sta zitta.
Il silenzio, a volte, è peggio di mille parole.
«Bella, amore, mi dispiace. Non ho parole più sincere di queste per chiederti scusa.» Lei annuisce con il capo ancora appoggiato a me. Maledizione, devo uscirne. «Ho avuto un incontro con un fornitore, ho finito tardissimo e sono andato a casa a cambiarmi…»
«Non mi interessa, Edward.» Merda. Merda. Santissima merda.
Gli occhi mi si riempiono di lacrime, il suo tono non ammette repliche: freddo, anonimo, apatico, rassegnato. Cazzo.
«Bella, ti prego, lasciami spiegare.»
«No.» Si stacca dal mio corpo e si alza in piedi di fretta, barcolla un attimo e poi riacquista la sensibilità alle gambe, probabilmente atrofizzate dal freddo. «Non possiamo più continuare così.»
«Lo so. Questa serata doveva essere perfetta proprio per quello, per dimostrarti quanto stiamo bene insieme quando niente e nessuno si frappone fra noi.» Le dico a bassa voce guardandola. Lei fissa il prato ai nostri piedi.
«E’ una cazzata Edward, il mondo è qui, attorno a noi. Ci sarà sempre qualcosa a dividerci. Abbiamo due lavori incompatibili, i miei orari stanno diventando insopportabili e tu torni nel tuo appartamento alle cinque e mezzo del mattino… l’ora in cui di solito mi sveglio per prepararmi e andare al lavoro. Il tuo ritardo stasera è solo la dimostrazione che siamo completamente fuori dagli schemi e che non possiamo stare insieme o continuare con questo rapporto che ci distrugge.»
Infilo le mani nelle tasche del giubbotto, mi mordo il labbro superiore per non cominciare a piangere come un bambino, per non gridare e ricominciare a litigare come al solito. Voglio essere calmo, tranquillo e parlare con lei a cuore aperto.
«Davvero Edward, ci stiamo solo facendo del male. Ci stiamo intrappolando a vicenda.»
Le sue parole sono come una spada affilata che entra nel mio cuore e lo sfonda parte per parte. Lo infilza, lo tiene prigioniero, lo fa sanguinare come se non ci fosse un domani. Porco cazzo, morirò dissanguato su questo prato anche se nessuno lo potrà notare.
«Ci abbiamo provato ma… » Scuote la testa e chiude gli occhi, avvicinandosi a me di un passo. Apro le mie gambe automaticamente e lei ci si infila nel mezzo, appoggiando le sue mani delicate e ferme sulle mie spalle. Un gesto compiuto mille volte in passato, che ora ha un sapore amaro. Amava sentirsi più alta di me per qualche attimo, guardarmi mentre appoggiavo il volto sul suo petto e tenermi stretto, come se potesse proteggermi. Lo ama ancora? Si sente ancora così? Fisso il suo stomaco e le sue braccia protese su di me. Vorrei abbracciarla, stringerla così forte da incollarmela addosso. Vorrei baciarla, le sue labbra sono la cosa che mi mancherà in assoluto di più. Non posso fare a meno di volerle, desiderarle, morderle dolcemente e leccarle con passione. Le amo. Amo tutto di lei. Amo i suoi occhi, amo il suo cuore, amo il suo corpo e la sua anima. La amo infinitamente e lei mi sta spezzando il cuore.
Il bello è che non è nemmeno colpa sua.
Non è nemmeno solo colpa mia.
Siamo solo due persone che ci hanno provato… forse non fino in fondo.
«Di’ qualcosa, Edward.» Il nodo che mi stringe le corde vocali è duro da ingoiare, devo schiarirmi la voce diverse volte, mordermi la lingua e stringere i pugni per non piangere. Comunque mi esce una voce arrochita del cazzo.
«Ho fatto di tutto per questa serata. Avevo organizzato ogni dannata cosa. Dalla più insignificante come i vestiti da indossare. Volevo ripercorrere tutta la nostra storia in piccole tappe, quelle che mi hanno dimostrato quanto siamo fantastici insieme… E poi il destino si mette contro di me e mi fa arrivare in ritardo di un’ora e mezza.»
«E’ il destino che ti dice che non siamo fatti per stare insieme.» La spada esce dal mio cuore e viene spinta di nuovo dentro, in un altro punto, uno che era rimasto ancora intatto. Ora è spezzato pure quello. «In più San Valentino è il classico cliché, noi non siamo mai stati tipi così… le vacanze programmate, le ricorrenze, le cene romantiche. Siamo più gente da “prendi le cose come vengono”. Non capisco perché ci tenevi tanto perché fosse questa sera, se per lo più avevi altri impegni.» Eccola l’accusa che arriva dritta nel mio stomaco. Solitamente le liti iniziano con uno dei due che risponde a una trappola del genere e finisce, sempre, con uno dei due che sbatte la porta e se ne va. Qui non ci sono porte ma, anche se fisicamente è ancora qui con me, mentalmente lei mi ha già dato le spalle ed è pronta alla fuga, ne sono certo.
«Io… » Schiarisco la voce con dei colpi di tosse, maledetta emozione. Maledette lacrime. Maledetta voce roca. «Non abbiamo mai festeggiato San Valentino, siamo sempre stati troppo impegnati o troppo presi dalla frenesia del momento e abbiamo sempre snobbato questa festa. Mi piaceva regalarti qualcosa da tenere con te… per farmi perdonare, per dimostrarti che so essere romantico che… che anche se non sono un maledetto uomo impettito e con il futuro assicurato so prendermi cura di te. Invece…» Ho fallito in tutto. Non mi sono fatto perdonare, ho aggiunto benzina alle fiamme, non le ho dimostrato un cazzo a parte il fatto che sono un fallito. Un pezzo di merda. Per l’ennesima volta.
«Edward non continuiamo così, per favore. Questa situazione mi sta dilaniando. Qualunque cosa fosse successa stasera io ero venuta qui per mettere un punto a tutto ciò.» Le spalle cadono di colpo, mi accascio su me stesso e la forza che teneva chiusi i miei pugni evapora. Appoggio le mani, senza più alcuna energia, sulle cosce coperte dai jeans, gli occhi si chiudono sperando che il fiume in piena delle mie lacrime non decida di sgorgare proprio ora. il cuore fa così male che sembra essere stato preso a pugni, accoltellato e poi calpestato. Non ha mai fatto così male. Mai.
Quando apro gli occhi la prima cosa che vedo sono le mie mani, le dita dipinte e marchiate con inchiostro indelebile che mostrano l’amore puro e totale che provo per questa donna.
Il suo nome è inciso sulla mia pelle, sulle dita della mano sinistra, la mano del cuore, la mano in cui speravo di infilarci una fede un giorno. BELLS, quel nome mi guarda come una presa in giro. Riderei se non fossi distrutto. Solo io la chiamo così, solo io ho il permesso di farlo ed è da un’infinità di tempo che non lo pronuncio più. Eppure due settimane fa non ho resistito e sono entrato dal mio tatuatore di fiducia per fare questa follia. Non so se lei l’ha notato, ci siamo visti solo una volta e probabilmente era troppo stanca per farci caso.
Qualunque cosa sarebbe successa lei se ne sarebbe andata per sempre stasera. Per sempre. Ed io sono un coglione che sta male e soffre come una merda per aver perso la donna che volevo disperatamente sposare.
Senza pensarci la mano con il tatuaggio si muove per spazzare via le lacrime che, incontrollabili, sono scese contro il mio volere sul volto. Un gemito si leva dalla sua gola e sento un’imprecazione colorita giungermi alle orecchie.
«Quello quando l’hai fatto?» Scrollo le spalle e tossicchio schiarendomi la voce ancora una volta.
«Due settimane fa.» Appoggio di nuovo la mano sulla coscia ma lei, veloce, la prende tra le sue. Io non ce la faccio, proprio non ci riesco a non guardarla. Alzo gli occhi su di lei, sul suo volto sorpreso e sbigottito di fronte al mio tatuaggio. Lo guarda, lo fissa, lo osserva come se gli parlasse, come se le stesse spiegando il senso della vita. E’ meravigliata, gli occhi color cioccolata le brillano mentre accarezza con l’indice il contorno delle lettere. Si morde il labbro superiore, chiude gli occhi e resta con le dita intrecciate alle mie, mentre due lacrime le solcano il viso freddo e delicato. Alzo il braccio per tirargliele via e lei arrossisce. Arrossisce. Come quando diceva di amarmi, come quando rabbrividiva al contatto con la mia pelle, come quando i nostri corpi non potevano fare altro che cercarsi e attrarsi.
«Perché?» La sua domanda arriva tenue e modellata da lacrime che arrochiscono la sua voce.
«Ormai non ha più importanza, no? Qualunque cosa sarebbe successa questa sera… tu eri qui per chiudere, per dirmi che è finita. Non è così?» Tolgo la mano dalla sua e mi allontano dal contatto. Fa male toccarla. Fa male sentire la sua pelle a contatto con la mia. Fa male anche solo guardarla. Lei resta intrappolata tra le mie gambe e mi guarda. I nostri occhi si fondono insieme in uno sguardo bruciante e carico di milioni di parole. Tutte quelle che non riusciamo a dire. Tutte quelle che ci farebbero stare a galla. Parole che non diciamo da molto tempo.
«Edward…» Pronuncia il mio nome con voce fievole.
«Hai ragione, è meglio finirla qui. Ci stiamo spezzando il cuore a vicenda.» Cerco di alzarmi ma le sue mani spingono le mie spalle con una forza che non credevo avesse. Mi guarda disperata, con gli occhi ancora carichi di lacrime e le labbra tremanti. E’ il freddo, mi dico. Non si è emozionata, mi ripeto. Non può voler chiudere la nostra dannata storia e poi guardarmi con tutta quella disperazione negli occhi. Non può. Non vede la disperazione che mi sconquassa? Non sente come vibra il mio corpo scosso da singhiozzi silenziosi? Non si accorge del mio cuore dilaniato, a pezzi, calpestato?
I miei occhi parlano, me l’ha sempre detto; chissà cosa le raccontano ora che sto qui a soffrire, mentre lei mi ripete che è finita.
«Perché l’hai fatto? Perché ora? Perché?» Le sue domande non hanno senso, il suo tremore, l’emozione della voce, le sue lacrime… non hanno nessun cazzo di senso dopo le sue parole.
«Andiamo, ti riaccompagno a casa e raccolgo le mie cose.» Mi alzo in piedi, vincendo la sua misera forza che prima mi aveva sorpreso e obbligandola a fare qualche passo indietro. La mia figura la sovrasta, piccola com’è, eppure le è sempre piaciuto avermi al suo fianco perché pensava fossi il suo eroe, che la potessi proteggere sempre, da tutto. Una vana illusione.
«Non possiamo finire il discorso?» Scuoto la testa e cerco di muovermi per arrivare alla macchina il prima possibile, per accompagnarla a casa in tempi brevi, per mettere fine a tutto questo dolore del cazzo e fermarmi al bar a ubriacarmi con i miei fratelli. Loro sapranno come aggiustare il mio cuore, giusto?
Anche se tento di muovere qualche passo, le mie gambe restano inchiodate al terreno. Bella piange, è davvero disperata. Singhiozza con il capo abbassato mentre stringe le mani tra loro. Merda. Odio quando piange, mi dilania il cuore. Pensavo che non potesse fare più male di così, ma vederla in lacrime mi distrugge, mi annienta.
Mi avvicino a lei e la tiro tra le mie braccia, le sue si avvolgono attorno al mio corpo; spero smetta ma dopo qualche attimo i singhiozzi si fanno più forti e mi straziano.
«Ti prego, smettila. Non piangere. Sai che non ce la faccio a vederti piangere.» Si stringe al mio corpo tanto quanto io stringo lei, non ho paura di romperla, so che lei sopporta i miei abbracci ed io amo questa cosa. Non è mai troppo stretto per lei, è come se non fosse mai abbastanza forte il modo in cui la abbraccio. Ho sempre amato la sensazione di averla addossata al mio corpo, con le mie braccia che la stringono e il mio mento appoggiato sulla sua testa.
I singhiozzi non si fermano ed io vorrei che qualcuno mi frustasse piuttosto che assistere a questo dolore. Il suo è dolore, uguale al mio. Identico nella sua forza distruttiva.
«Mi dispiace.» Biascica tra i singhiozzi ed è quando sento quello che dice dopo che cedo, accasciandomi sul marmo della fontana e piangendo come un bambino. «Avevo una paura fottuta che non mi amassi più, che cercassi un modo per scaricarmi, per dirmi che era finita e non volevo… Dio! Non lo potevo sopportare. Mi sono chiesta come avrei fatto a reggere questo colpo… pensavo addirittura che avessi un’altra e che non trovassi il modo per lasciarmi. E allora mi sono convinta a farlo io. Sono arrivata alle sette qui davanti ma tu non c’eri… non arrivavi più ed io sono morta di paura, combattuta tra il chiamarti e l’andarmene. Non volevo soffrire. Non volevo farmi male. Non volevo che fossi tu a dirmi addio… non ce l’avrei fatta.» Si piega su di me, ora sono poco più basso di lei, mentre io appoggio il volto sul suo petto e me la stringo forte addosso. Le gambe non reggono attaccate dalla tremarella.
«Dio!»
«Mi dispiace. Mi dispiace tanto. Ero così arrabbiata che tu fossi arrivato in ritardo e ho trovato la motivazione giusta per dirti quelle cose, mentre dentro ne morivo… poi ho visto la tua mano. Ti sei fatto tatuare il mio nome sulla tua pelle, dove lo vedi ogni giorno, dove chiunque lo può vedere… hai fatto crollare tutto. Ogni cosa. Ogni paura. Ogni rimpianto, ogni cazzo di dolore.»
Come siamo arrivati a questo?
Ero convinto che fosse finita, mi stavo convincendo che ce l’avrei fatta, che i miei fratelli mi avrebbero aiutato, che le cose che avrei preso a casa sua sarebbero rimaste dentro una scatola perché avrebbero avuto il suo profumo ma che sarei andato avanti, prima o poi. Invece…
«Ti amo Edward, non hai idea di quanto.»
Sorrido come un ebete mentre singhiozzo sul suo petto. Scivolo dal marmo della fontana e mi siedo sull’erba umida, non mi importa neppure se mi si ghiaccia il culo e mi si bagnano le mutande. ‘Fanculo!
Me la tiro in grembo, si siede portando le ginocchia ai lati delle mie gambe. Mi stringe mentre mi bacia la guancia, la mandibola, il collo e mentre le lacrime continuano a scendere imperterrite.
Riesco, a malincuore, a staccarla dal mio corpo appena, giusto per poterla guardare negli occhi. I nostri occhi così simili adesso. Le asciugo le lacrime con entrambe le mani, poi le incornicio il volto e con i pollici le cancello la scia bagnata dal volto. Mi imita. Ci avviciniamo, appoggiamo le fronti una con l’altra e sorridiamo come due fottuti cretini.
Scoppiamo a ridere e le nostre labbra, ammorbidite dal pianto, si toccano e si incontrano delicatamente. Vorrei fermarmi qui. Ma le sue labbra sono perfette. Ma proprio perfette. La mia lingua si insinua nella sua bocca, i denti mi fermano, nel gioco che ha imparato a fare tempo fa e che sa farmi impazzire, e poi mi lascia entrare sorridendo. La sua lingua è veloce ad incontrare la mia. Le sue mani stringono la mia faccia, mi avvicinano di più a lei come se potessi esserlo ancora di più. Come se potesse respirare solo attraverso me. Mi accarezza le guance, muove le dita sui capelli che riesce a raggiungere, spinge il suo petto contro il mio e morde le mie labbra. E’ fuori controllo. Totalmente presa dalla frenesia e dalla passione, non le importa un accidente che siamo nel bel mezzo di Central Park con centinaia di persone che ci passano accanto e che ci guardano, che si beano del nostro momento privato.
La cosa bella, ovviamente, è che è l’esatto riflesso di me.
Le nostre bocche non si staccano, le lingue fanno fatica a separarsi, i denti continuano a cercare di mordere, di punire, di marchiare le labbra dell’altro, ma non fanno altro che aumentare il piacere e il desiderio che sta esplodendo.
«Bells…» Mormoro mentre la spingo lontano dalle mie labbra giusto il tempo di dirle quello che devo. Mi guarda sconvolta e confusa per il mio gesto. «Ti amo da morire.»
Un sorriso le spunta sul volto, prima timido poi sempre più audace. Le riempie il viso, lo colora, lo rende meraviglioso. Ed io mi sento orgoglioso, proprio come quella sera di anni fa quando l’ho fatta ridere nonostante tutto.
La bacio. Bacio quel sorriso, bacio le sue labbra che amo, bacio la donna che è ancora qui con me.
Non è finita. No. Lei è ancora seduta su di me, il suo corpo condivide il calore con il mio, le sue mani stringono la mia pelle e le sue labbra baciano le mie. E’ ancora qui.
Mi stacco dal bacio guadagnandomi un grugnito e un’imprecazione degna di un uomo e le sorrido.
«Mentre…» Mi schiarisco la voce ancora una volta. Maledizione alle emozioni. «Mentre tu sei venuta qui con l’intento di non soffrire, di non lasciare che io ti lasciassi… Io avevo architettato tutta una serata particolare. Non possiamo fare nulla ora perché è saltato ogni piano ma… » Sorrido timidamente, cercando di non morire per l’imbarazzo e sperando di non farmela sotto dalla paura. Si alza solo un angolo della mia bocca, riconosco nel suo sguardo quel luccichio di sempre a questo mio sorriso… quello vulnerabile. Mi dico che sono forte, che non ho nulla da temere, che siamo ancora qui e che non è una follia. Così stacco le mani dal suo viso e recupero il mio regalo dalla tasca del giubbotto. «Ma, come dicevo, possiamo passare direttamente al momento finale.»
Apro il palmo della mia mano sotto il suo volto, un anello di oro bianco e diamanti brilla in tutta la sua lucentezza e, per un breve momento, temo possa non piacerle. Quando i miei occhi incontrano i suoi, però, mi esplode il cuore. I pezzi tornano tutti al loro posto, una colla magica li riassetta e compone il puzzle e mentre i suoi occhi brillano tanto quanto il diamante nel mio palmo, io mi commuovo.
«Non so fare un discorso sensato di solito, tantomeno adesso.» Non riesco a farla ridere, ma almeno sorride. «L’intenzione di questa serata era dimostrarti che, nonostante tutto, nonostante il mio lavoro possa sembrare da pezzente, nonostante la tua famiglia ti abbia voltato le spalle, nonostante gli impegni e il poco tempo a nostra disposizione… Ecco… a prescindere da tutto noi siamo perfetti insieme. Quando i primi tempi ti addormentavi sul mio petto e restavamo a dormire tutta la notte sul divano era meraviglioso, tenerti tra le braccia e svegliarmi con te addossata al corpo significava avere già una buona giornata in partenza. Amavo quei giorni. Quelli in cui incasinavi il mio appartamento con le tue borse per la notte, i vestiti dimenticati sulla poltrona in salotto. Amavo prepararti la cena prima di andare al lavoro e amavo trovarti nel mio letto quando tornavo.» Mi fermo per un secondo, cerco le parole che si muovono caotiche dentro la mia mente, perché a guidarle è solo la forza di un cuore pazzo d’amore. Lei ha gli occhi ancora lucidi, le mani che tremano e il labbro intrappolato tra i denti. Maledizione, è bellissima!
«Amavi?» Fievole arriva la sua domanda.
«Mi manca tutto quanto. Lo amo Bella, amo te, amo ciò che rappresenti per me, amo come mi fai sentire e, allo stesso tempo, odio quanto vulnerabile e pappamolle riesci a farmi diventare.» Riesco a farla ridere, e le lacrime si sentono in diritto di scendere giù.
«Anche io lo amavo. Lo amo.»
«Adoro tenerti stretta, amo tenerti la mano quando passeggiamo. Vado fuori di testa per le tue labbra e sogno ogni notte di poter fare l’amore con te continuamente. Continuamente Bells. E sai cosa ancora?» Scuote la testa, muta. «Impazzisco al pensiero di averti al mio fianco tutta la vita, amarti, coccolarti, viziarti, prendermi cura di te, avere dei bambini con te. E’ una follia buona. Mi fa scoppiare il cuore di una gioia infinita. Lo amo.»
«Cazzo, menomale che non eri bravo con i discorsi. Non hai mai parlato così tanto e non ho mai pianto così tanto.» Si asciuga le lacrime, ma subito dopo ne scendono altre. Io sono troppo teso per ridere, sono troppo agitato anche solo per accorgermi che siamo ancora seduti al freddo, sull’erba di Central Park, mentre attorno a noi si è formata una folla pazzesca.
«Tu non te ne rendi conto, Bells, ma questo discorso effettivamente fa schifo e resterà nella storia come la proposta di matrimonio più stupida della storia, probabilmente. Per non parlare del fatto che ci stiamo ghiacciando le chiappe davanti a decine e decine di sconosciuti!» Si sente una risata generale, mentre lei scuote la testa e mi sorride dolce. «Non sono bravo in niente di più che nel mio lavoro, non sono bravo neanche ad amarti, ho fatto milioni di sbagli, ultimo e non ultimo, quello di stasera. Ma ti amo. Ti amo pazzamente. Ti amo così tanto che voglio dare una svolta a tutto. Vieni a vivere con me, riduciamo gli orari di lavoro o prendiamoci dei giorni di ferie per noi… Impareremo a gestire la nostra agenda, i nostri orari e il tempo insieme. Ti prometto che insieme ne saremo capaci. Ti prometto, qui davanti a tutte queste persone, che mi assicurerò di dirti che ti amo tutti i giorni, più volte al giorno; mi accerterò di non farti mancare nulla, di renderti felice, orgogliosa, soddisfatta. Mi impegnerò a farti sentire voluta, amata, desiderata tutti i giorni da qui fino a… per sempre!» Le prendo la mano sinistra nella mia e con la voce roca e tremante, le mani instabili e gli occhi lucidi puntati nei suoi finisco il mio discorso. «Mi vuoi sposare?» Un coro di oohh si leva dal nostro pubblico privato, lei sorride e annuisce, mormorando un fiacchissimo mangiato dall’emozione. L’anello scorre sul suo dito meravigliosamente, come se fosse stato creato apposta per la sua pelle. E’ perfetto, proprio come noi due.
Un coro di voci e congratulazioni si levano nel cielo, gli applausi squarciano la tranquillità di quel luogo… e noi siamo qui: fermi, immobili, persi uno nello sguardo dell’altra a parlare con gli occhi al posto che con le parole. Non ci accorgiamo di niente. Esistiamo solo noi due e quella piccola bolla che, ora ne sono certo, non esploderà mai.
«Sai, non hai ancora detto nulla… » Le soffio sulle labbra togliendole con le dita una ciocca di capelli finita sul viso.
«E’ perché sono sconvolta e stravolta dalle tue parole. Dalla tua proposta… da tutto.»
«Lo sono anche io.» Le parole potranno anche essere state di tutti, la mia dichiarazione d’amore al mondo, ma i gesti e i baci sono solo nostri. La tengo tra le braccia e mi alzo, attorno a noi gridano “Bacio! Bacio!” come se fossimo protagonisti di uno show. Per accontentare quella piccola nicchia le accarezzo le labbra dolcemente con le mie e, camminando veloce, raggiungo l’auto parcheggiata a metri e metri di distanza. L’appartamento più vicino è il suo, ne sono consapevole, eppure guido come un pazzo disperato verso il mio. La voglio nel mio letto, tra le mie cose, dove starà per sempre.
«Perché?» La sua domanda mi distrae.
«Perché cosa?» Chiedo in confusione continuando a scalare le marce e a correre verso casa. Maledetta minicar.
«Perché quel tatuaggio? Non mi hai ancora risposto.»
«Perché no?» Le dico allora, sperando che non indaghi oltre. Mi sono già scoperto abbastanza stasera e ho paura a dire di più.
Arriviamo a casa, stranamente, in breve tempo. Parcheggio come capita nel garage e la prendo in braccio prima di salire con l’ascensore. «Mi sei mancata.» Le dico durante la salita, mentre lei mi bacia la guancia e mi accarezza i capelli.
«Anche tu.» Infilo le chiavi nella toppa ed entro velocemente in casa, chiudo la porta con un calcio e cammino veloce fino alla camera da letto. Quando sono lì la lascio cadere sul mio letto. La spoglio mentre le sue mani cercano di fare altrettanto con me. E’ tutto frenetico, veloce, passionale, duro, vero. E’ mancanza, rabbia, tristezza, malinconia, amore, follia, passione… è tutto.
La bacio. La mordo. Le stringo la pelle e l’accarezzo. La bacio ancora. La mordo ancora. I suoi gemiti si espandono per tutta la camera e fanno vibrare il mio cuore ancora di più. Le lascio qualche segno, domani avrà dei lividi dove le mie dita hanno stretto di più. So fin dove posso spingermi, so che ama quando sono rude alle volte, so che capisce il bisogno di possederla, di fonderla con il mio corpo, di renderla mia in tutto e per tutto. Non si è mai lamentata, sa che non le farei mai del male.
«Ti prego Edward!» Il comodino è troppo lontano dalla mia posizione, cerco di arrivarci senza staccare le labbra dal suo corpo, ma non ce la faccio. Separo la mia bocca dalla sua pelle e cambio posizione, allungando il braccio e frugando dentro il cassetto. Bella cerca di trascinarmi via. «Edward, ti prego.»
«Non implorarmi, bambina. Prendo un preservativo e sono tuo.»
Le sue mani mi circondano il volto, i suoi occhi cercano i miei: cioccolato ardente e menta si fondono.
«Lascia stare.» Mi irrigidisco cercando di afferrare lo stesso il preservativo ma lei scuote la testa sorridendo.
«Bella…»
«Sarò tua moglie, vivremo insieme, condivideremo la vita da qui e per sempre. Entrambi vogliamo dei figli in futuro, devo dire che non mi dispiacerebbe tentarci già da ora.» Mi sorride teneramente, mentre negli occhi ha quel guizzo birichino che mi ha fatto crollare ai suoi piedi perdutamente.
«Pazza!» La bacio. «Folle!» La bacio con più clamore. «Ma cazzo, sì!» Le sue gambe avvolgono il mio bacino mentre scivolo dentro di lei semplicemente. Le nostre bocche ancora legate tra loro si separano per permetterci di respirare. Le sensazioni sono così reali, così pure, così forti che mi fanno desiderare di essere seppellito in lei per sempre.
«Oh mio Dio! Muoviti. Muoviti Edward.»
Incapace di muovere un muscolo senza venire stringo i pugni di fianco alla sua testa. La rigidità del mio corpo la mette in allerta e mi fissa confusa.
«Dammi un attimo.» Ringhio a pochi respiri dalla sua bocca. Inspiro ed espiro a tempo con il suo petto che si alza e si abbassa, le sue tette mi ipnotizzano e, non so come, riesco a riprendere il controllo. Spingo dentro di lei una volta e poi un’altra e un’altra ancora, fino a perdere di nuovo la testa. Mi stringe le braccia, mi morde la spalla e grida il mio nome chiedendomi di non fermarmi. Non ci penso nemmeno. Sono in paradiso.
I suoi muscoli si stringono attorno al mio membro e un gemito incontrollato mi esce dalle labbra stordendomi. Cazzo, non ho mai goduto così tanto in vita mia.
I miei fianchi si muovono da soli, mi spingo dentro di lei con più forza, il suo orgasmo cresce sempre di più, fino ad esplodere. Grida il mio nome, geme e ansima violentemente. Le mordo la spalla, il collo e con un ringhio animale mi svuoto dentro di lei, cullato dal suo calore e dal battito del suo cuore.
«Butta quei cazzo di preservativi nella spazzatura. Li abolisco.»
«Ricevuto.» Non so dove trovo la forza di ridere, ma lo faccio e poi rotolo sul letto, portandola su di me.
Dopo qualche minuto di silenzio alza la testa e mi guarda.
«Non è stato il solito cliché. E’ stato un San Valentino pazzesco, anche se entrambi odiamo questa festa e preferiremmo battezzare ogni punto della casa per la seconda o terza volta. Sei meraviglioso.» Le sorrido e le bacio le labbra morbide ancora una volta.
«A Natale non siamo riusciti ad andare al Resort… per cui ho pensato di prenotare una vacanza lampo in questi giorni. Pensi di poterti liberare?» Le sussurro.
«Chiederò a una delle ragazze di sostituirmi. Posso sapere dove mi porti?»
«Las Vegas.» Storce il naso ma sorride.
«E che ci facciamo a Las Vegas? Cerchiamo di diventare milionari?»
«No, ci sposiamo! Questo week-end. E diventiamo marito e moglie. Che ne dici?»
«Dico che sei fuori di testa, ma ti amo oltre l’impossibile!» Ride come una pazza rotolando di fianco a me sul letto. Preso da un’insana voglia di giocare la blocco sotto di me e le faccio il solletico: si dimena, si agita, ride e rischio di rimetterci i gioielli di famiglia. Quando mi decido a darle tregua le accarezzo la pelle con la mano tatuata. Lei si incanta sul movimento ed io lo stesso.
«Perché?» Chiede ancora. Sorrido, guardando la mia mano sulla sua pelle chiara e sudata.
«Perché non mi bastava averti accanto. Perché mi mancavi. Perché ti amo. Perché sei mia. Perché sono folle e voglio ricordarmi ogni secondo della mia giornata di chi sono. Perché voglio gridare al mondo che sei mia moglie e che nessuno ti porterà via da me. Perché sei tutto. Perché quando ti accarezzo è ancora più bello guardarti sapendo che solo le mie mani possono farlo.»
Mi sorride e i suoi occhi si illuminano, mormora quasi senza voce un Ti amo che dentro questa stanza, con noi due ancora nudi e intrecciati, appassionati, innamorati, sembra il più forte grido mai udito. Le sorrido e mi piego su di lei per sussurrarle all’orecchio…
«Facciamolo ancora, così ti mostro perché.»