Merda.
Anche la scolaresca che attraversa la strada, no!
Sono
in ritardo, anzi, a voler essere precisi sono assurdamente in ritardo.
Questa
volta è davvero la fine. Porca merda!
Ma
non è colpa mia, non questa volta almeno.
Quando
sono uscito di casa, dopo essermi cambiato i vestiti di una giornata assurda al
lavoro, ho beccato un furgone di scarico merci proprio a bloccare la mia auto.
Ho suonato il clacson un centinaio di volte, il tizio è uscito dal negozio
infuriato come una iena mandandomi a fanculo coloritamente. Ho rinunciato al
mio adorato SUV e sono corso in garage a prendere la macchina di mia sorella,
che custodisco fino al suo ritorno dal viaggio di nozze.
Avete
mai visto un omaccione di un metro e ottantanove su una minicar in cui si deve abbassare per riuscire a starci con la
testa? Per non parlare dei pedali! Le gambe mi si atrofizzeranno fra circa due
minuti a forza di stare piegate e ammassate là sotto. Maledizione! Non vi
spiego neanche che diavolo significhi spostare il cambio o girare lo sterzo,
per le mie povere braccia.
È
iniziata come una giornata di merda, non ho buone prospettive per il fine
serata.
Avevo
organizzato tutto alla perfezione, ci saremmo incontrati davanti alla fontana
Bethesda di Central Park, quella dove ci siamo beccati la prima volta, le avrei
portato dei fiori, dei girasoli fatti arrivare appositamente per lei... poi le
avrei offerto la cena nel bistrot in cui l'ho portata a mangiare al nostro
secondo appuntamento.
Oh
quel giorno, è marchiato a fuoco nella mia testa. Aveva avuto una giornata
orribile, l'università non le dava tregua e la sua famiglia le aveva voltato le
spalle definitivamente. Insistetti così tanto per farle accettare quell'invito,
quasi mi sentii in colpa, ma quando riuscii a farla ridere e la ascoltai mentre
si sfogava fui così orgoglioso di me stesso che mi scoppiava il cuore.
Dopo
il bistrot volevo passeggiare lungo il margine del parco, proprio per mostrarle
quanto fosse assurdo che quei due mondi coesistessero in simbiosi
meravigliosamente.
Una
metafora stupenda per la nostra storia.
Lei
perfetta e al naturale, forte, energica ma allo stesso tempo delicata...
proprio come la natura rappresentata perfettamente da Central Park. Con i suoi
colori sgargianti che fanno a cazzotti con il grigiore del cielo e dei palazzi
di New York, rigoglioso e rumoroso ma allo stesso tempo quieto e solitario che
pare tu possa trovare il tuo posto indisturbato; delicato nella sua natura
apparentemente statica ma forte per resistere ai cambiamenti e per emergere e
spiccare in questa cupezza di colori.
Dall'altra
parte ci sono io. Il grigiore, la durezza, l’iperattività della città.
Siamo insieme da due anni e mezzo e, in tutta sincerità, non capisco come faccia a sopportare un tale cazzone come me!
Quando l’ho conosciuta doveva sostenere gli ultimi tre esami per diventare fisioterapista, era dubbiosa se accettare il mio invito a cena ma, presa dalla frenesia, dalla voglia di ribellarsi ai suoi genitori e dalla forte attrazione che esplodeva tra noi ad ogni sguardo, miracolosamente accettò. Le feci una corte spietata, fino a farla crollare tra le mie braccia al terzo appuntamento, addossati alla porta della sua camera nel campus universitario, nel bel mezzo del corridoio dove chiunque passava poteva vederci. Non siamo stati a letto insieme quella notte, cercai di creare l’occasione perfetta due settimane dopo, a casa mia. Le avevo fatto trovare la musica che più le piaceva, una cena a base di sandwich e brownies, adorava sporcarsi le mani, e poi l’accompagnai in camera, dove avevo cambiato le lenzuola e le avevo scelte di seta nere perché la sua pelle lattea emergesse di più. Avevo pensato a tutto, proprio come stasera. Quella volta, però, ero puntuale, avevo tutto pronto e dovevo solo attendere che arrivasse.
Negli anni sono diventato un coglione.
Non so come mai, né so bene come tornare indietro, non vorrei comportarmi così con lei, ma finisco sempre per farla soffrire e farmi odiare. I nostri lavori sono incompatibili al massimo: lei lavora la mattina e il pomeriggio in una clinica di riabilitazione, io sono proprietario di un bar dove lavoro anche come barista praticamente tutte le sere della settimana. Ho vissuto con i miei genitori che facevano entrambi due lavori sottopagati per portare a casa la pagnotta per me e i miei quattro fratelli, non voglio trovarmi a dover affrontare la paura di non saper cosa dare da mangiare ai miei figli, un giorno.
Siamo insieme da due anni e mezzo e, in tutta sincerità, non capisco come faccia a sopportare un tale cazzone come me!
Quando l’ho conosciuta doveva sostenere gli ultimi tre esami per diventare fisioterapista, era dubbiosa se accettare il mio invito a cena ma, presa dalla frenesia, dalla voglia di ribellarsi ai suoi genitori e dalla forte attrazione che esplodeva tra noi ad ogni sguardo, miracolosamente accettò. Le feci una corte spietata, fino a farla crollare tra le mie braccia al terzo appuntamento, addossati alla porta della sua camera nel campus universitario, nel bel mezzo del corridoio dove chiunque passava poteva vederci. Non siamo stati a letto insieme quella notte, cercai di creare l’occasione perfetta due settimane dopo, a casa mia. Le avevo fatto trovare la musica che più le piaceva, una cena a base di sandwich e brownies, adorava sporcarsi le mani, e poi l’accompagnai in camera, dove avevo cambiato le lenzuola e le avevo scelte di seta nere perché la sua pelle lattea emergesse di più. Avevo pensato a tutto, proprio come stasera. Quella volta, però, ero puntuale, avevo tutto pronto e dovevo solo attendere che arrivasse.
Negli anni sono diventato un coglione.
Non so come mai, né so bene come tornare indietro, non vorrei comportarmi così con lei, ma finisco sempre per farla soffrire e farmi odiare. I nostri lavori sono incompatibili al massimo: lei lavora la mattina e il pomeriggio in una clinica di riabilitazione, io sono proprietario di un bar dove lavoro anche come barista praticamente tutte le sere della settimana. Ho vissuto con i miei genitori che facevano entrambi due lavori sottopagati per portare a casa la pagnotta per me e i miei quattro fratelli, non voglio trovarmi a dover affrontare la paura di non saper cosa dare da mangiare ai miei figli, un giorno.
Sempre
se li avrò.
Ho acquistato il bar all’asta dei fallimenti, per un prezzo stratosfericamente inferiore al vero valore, poi l’ho rimesso a nuovo insieme ai miei fratelli Emmett e Jacob. Jasper ha iniziato a lavorare con me durante le serate e la sua ragazza, Alice, ci aiuta ben volentieri. Dovrei essere fiero di me stesso e del posto che ho messo su, ma quando guardo Bella negli occhi, quando la tengo stretta sul divano durante il mio giorno di riposo, non faccio altro che pensare a quanto sia fortunato e a quanto, nonostante tutto, non sia adatto a lei. Lei merita di meglio, l’ho sempre saputo. I suoi genitori non ci hanno pensato due volte a lasciarla da sola, lei ha fatto delle scelte che l’hanno allontanata: la specializzazione, il college, il ragazzo con cui uscire… Un insieme di decisioni che non sono piaciute ai suoi con cui già aveva un rapporto bellicoso. Nessun fratello o sorella. Nessuno zio. Ha solo me e la mia famiglia con cui ha un rapporto delizioso, invidiabile.
Ho acquistato il bar all’asta dei fallimenti, per un prezzo stratosfericamente inferiore al vero valore, poi l’ho rimesso a nuovo insieme ai miei fratelli Emmett e Jacob. Jasper ha iniziato a lavorare con me durante le serate e la sua ragazza, Alice, ci aiuta ben volentieri. Dovrei essere fiero di me stesso e del posto che ho messo su, ma quando guardo Bella negli occhi, quando la tengo stretta sul divano durante il mio giorno di riposo, non faccio altro che pensare a quanto sia fortunato e a quanto, nonostante tutto, non sia adatto a lei. Lei merita di meglio, l’ho sempre saputo. I suoi genitori non ci hanno pensato due volte a lasciarla da sola, lei ha fatto delle scelte che l’hanno allontanata: la specializzazione, il college, il ragazzo con cui uscire… Un insieme di decisioni che non sono piaciute ai suoi con cui già aveva un rapporto bellicoso. Nessun fratello o sorella. Nessuno zio. Ha solo me e la mia famiglia con cui ha un rapporto delizioso, invidiabile.
Il
telefono squilla e, premendo il tasto, rispondo velocemente.
«Ehi fratello, scusa il disturbo, ho bisogno della serata libera domani sera.»
«Tutto quello che vuoi Jazz.»
«Ottimo. Emmett e Jacob hanno detto che per una sera mi sostituiscono, Rose ha detto che se avete bisogno lei c’è.»
«Ho detto, tutto quello che vuoi.» Gli alunni terminano di attraversare su quelle cazzo di strisce pedonali ma il vecchio davanti a me, con quella macchina più vecchia e acciaccata di lui sicuramente, non cammina. Porca troia! Mi attacco al clacson infuriato, come se da questo dipendesse la mia vita.
«Che cazzo succede? Non sei con Bella?»
«No merda! Sono ancora bloccato nel traffico. L’incontro con i fornitori è finito più tardi del previsto, un coglione mi ha bloccato la macchina e sono con l’auto di Mel a destreggiarmi in questo inferno.»
«Merda. L’appuntamento non era alle sette?»
«Ehi fratello, scusa il disturbo, ho bisogno della serata libera domani sera.»
«Tutto quello che vuoi Jazz.»
«Ottimo. Emmett e Jacob hanno detto che per una sera mi sostituiscono, Rose ha detto che se avete bisogno lei c’è.»
«Ho detto, tutto quello che vuoi.» Gli alunni terminano di attraversare su quelle cazzo di strisce pedonali ma il vecchio davanti a me, con quella macchina più vecchia e acciaccata di lui sicuramente, non cammina. Porca troia! Mi attacco al clacson infuriato, come se da questo dipendesse la mia vita.
«Che cazzo succede? Non sei con Bella?»
«No merda! Sono ancora bloccato nel traffico. L’incontro con i fornitori è finito più tardi del previsto, un coglione mi ha bloccato la macchina e sono con l’auto di Mel a destreggiarmi in questo inferno.»
«Merda. L’appuntamento non era alle sette?»
«Non
ricordarmelo!» Ringhio al telefono stringendo il volante nelle mie mani.
«Fratello sei in ritardo di un’ora. Bella ti ammazzerà questa volta.» Click, comunicazione interrotta.
Fottuto, sono fottuto.
Ho tirato troppo la corda e questa, prima o poi, si spezza. Me l’hanno detto tutti: i miei genitori, i miei fratelli, le ragazze dei miei fratelli e anche James, l’amico e collega di Bella della clinica. Per lei è così difficile fidarsi di qualcuno!
Io in questi due anni non ho fatto che deluderla. I primi mesi in cui siamo stati insieme tutto è filato liscio: ogni uscita, ogni ricorrenza, ogni serata passata nel mio appartamento… tutto perfetto. Poi la svolta. Il suo lavoro l’ha risucchiata, il tempo per vederci è stato sempre meno, la routine ha spezzettato i nostri momenti insieme e le occasioni per passare del tempo come coppia. A Natale le avevo regalato un week-end lungo in una SPA, un resort fantastico con milioni di servizi e di una bellezza mozzafiato. Era riuscita anche a prendersi due giorni di ferie e a trascinarmi nel suo turbine di eccitazione. Non aveva mai fatto una vacanza del genere, nonostante i soldi della sua famiglia. Era come una bambina meravigliata da tutto. Era una gioia vederla così felice e serena, energica e briosa. Attendevamo quel week-end con tutte le nostre forze, sapevamo entrambi che era quello che ci serviva per recuperare il nostro feeling e il nostro amore… ma un cliente molto influente la volle come fisioterapista alla clinica, giusto il sabato mattina, e un problema con le tubature al bar mi occupò le settimane seguenti. Il week-end lo avevo ceduto volentieri ai miei genitori e noi due avevamo litigato. Il lavoro sembrava assorbirci interamente, senza lasciare il tempo alla coppia che formavamo di farsi largo. Era una situazione angosciante. Volevo disperatamente stare con lei, ma non trovavamo mai il tempo.
Il tempo, questo bastardo.
Era inutile chiamarla e dirle che ero in ritardo dal momento che al messaggio di mezz’ora fa non ha neppure risposto. Chiamarla era come ammettere che non ce l’avrei fatta e che cercavo una scusa per rimandare. Ogni volta che il mio telefono squillava prima di un appuntamento con Bella mi ritrovavo a sperare e pregare che non ci fosse qualche problema… puntualmente restavo deluso. Era stanca, aveva degli straordinari da fare, James aveva bisogno di aiuto con un paziente, si era rotta la lavatrice per cui doveva fare il bucato a mano… cazzate di questo genere e molte altre. Odiavo chiamarla, odiavo sentire la sua voce per telefono perché stava a significare la distanza e la freddezza che, ormai, prevaricavano nel nostro rapporto.
Erano più le volte che litigavamo al telefono che quelle in cui ci dicevamo quanto ci amiamo. Perché io la amo, tantissimo.
La prima cosa a saltare oggi sono stati i fiori, impossibili da recapitare per un problema di trasporto, recitava il messaggio.
Va beh, mi son detto, ‘fanculo i fiori, basta il resto!
Avevo pensato a tutto, cazzo.
Non avevo pensato, però, al fatto che potessi ritardare.
Aveva ragione Jasper, questa volta mi avrebbe ammazzato. Non avrebbe tirato fuori una pistola e colpito i miei arti lasciandomi sanguinare in mezzo alla strada, no, avrebbe detto solo due parole. E’ finita.
Avevo organizzato tutto questo proprio la sera di San Valentino, per perdermi un po’ nel cliché cercando di sorprenderla a modo mio, provando a non litigare a non sbagliare nulla. Per una cazzo di volta. Sono mesi che trasciniamo questo rapporto ormai smorto, passano settimane prima che riusciamo a vederci e quando siamo uno di fronte all’altra o finiamo a letto insieme senza parlare o ci urliamo le cose peggiori. E’ sfiancante.
«Fratello sei in ritardo di un’ora. Bella ti ammazzerà questa volta.» Click, comunicazione interrotta.
Fottuto, sono fottuto.
Ho tirato troppo la corda e questa, prima o poi, si spezza. Me l’hanno detto tutti: i miei genitori, i miei fratelli, le ragazze dei miei fratelli e anche James, l’amico e collega di Bella della clinica. Per lei è così difficile fidarsi di qualcuno!
Io in questi due anni non ho fatto che deluderla. I primi mesi in cui siamo stati insieme tutto è filato liscio: ogni uscita, ogni ricorrenza, ogni serata passata nel mio appartamento… tutto perfetto. Poi la svolta. Il suo lavoro l’ha risucchiata, il tempo per vederci è stato sempre meno, la routine ha spezzettato i nostri momenti insieme e le occasioni per passare del tempo come coppia. A Natale le avevo regalato un week-end lungo in una SPA, un resort fantastico con milioni di servizi e di una bellezza mozzafiato. Era riuscita anche a prendersi due giorni di ferie e a trascinarmi nel suo turbine di eccitazione. Non aveva mai fatto una vacanza del genere, nonostante i soldi della sua famiglia. Era come una bambina meravigliata da tutto. Era una gioia vederla così felice e serena, energica e briosa. Attendevamo quel week-end con tutte le nostre forze, sapevamo entrambi che era quello che ci serviva per recuperare il nostro feeling e il nostro amore… ma un cliente molto influente la volle come fisioterapista alla clinica, giusto il sabato mattina, e un problema con le tubature al bar mi occupò le settimane seguenti. Il week-end lo avevo ceduto volentieri ai miei genitori e noi due avevamo litigato. Il lavoro sembrava assorbirci interamente, senza lasciare il tempo alla coppia che formavamo di farsi largo. Era una situazione angosciante. Volevo disperatamente stare con lei, ma non trovavamo mai il tempo.
Il tempo, questo bastardo.
Era inutile chiamarla e dirle che ero in ritardo dal momento che al messaggio di mezz’ora fa non ha neppure risposto. Chiamarla era come ammettere che non ce l’avrei fatta e che cercavo una scusa per rimandare. Ogni volta che il mio telefono squillava prima di un appuntamento con Bella mi ritrovavo a sperare e pregare che non ci fosse qualche problema… puntualmente restavo deluso. Era stanca, aveva degli straordinari da fare, James aveva bisogno di aiuto con un paziente, si era rotta la lavatrice per cui doveva fare il bucato a mano… cazzate di questo genere e molte altre. Odiavo chiamarla, odiavo sentire la sua voce per telefono perché stava a significare la distanza e la freddezza che, ormai, prevaricavano nel nostro rapporto.
Erano più le volte che litigavamo al telefono che quelle in cui ci dicevamo quanto ci amiamo. Perché io la amo, tantissimo.
La prima cosa a saltare oggi sono stati i fiori, impossibili da recapitare per un problema di trasporto, recitava il messaggio.
Va beh, mi son detto, ‘fanculo i fiori, basta il resto!
Avevo pensato a tutto, cazzo.
Non avevo pensato, però, al fatto che potessi ritardare.
Aveva ragione Jasper, questa volta mi avrebbe ammazzato. Non avrebbe tirato fuori una pistola e colpito i miei arti lasciandomi sanguinare in mezzo alla strada, no, avrebbe detto solo due parole. E’ finita.
Avevo organizzato tutto questo proprio la sera di San Valentino, per perdermi un po’ nel cliché cercando di sorprenderla a modo mio, provando a non litigare a non sbagliare nulla. Per una cazzo di volta. Sono mesi che trasciniamo questo rapporto ormai smorto, passano settimane prima che riusciamo a vederci e quando siamo uno di fronte all’altra o finiamo a letto insieme senza parlare o ci urliamo le cose peggiori. E’ sfiancante.
Le
discussioni, poi, sono sempre le stesse e le insicurezze che mi assalgono sempre
più pressanti. Io non sono l’uomo giusto per lei, non sono un banchiere, un
cazzo di dottore, non sono neanche un militare che porta alto l’onore della
patria. No, io sono un semplice ragazzo tatuato che gestisce un anonimo bar di
New York, uno che alla prima occhiata non gli daresti neanche un dollaro.
Ho sempre pensato che lei meritasse di più e vedendo l’enorme stronzata di stasera ne sono sempre più convinto. Mi lascerà. Mi trascinerò a casa con il cuore infranto, con le tasche piene di speranze e il cuore spezzato in mille pezzi. Non credo abbia una vaga idea di quanto la amo o di quanto sia importante per me. Vorrei averglielo dimostrato, vorrei essere stato capace di dirglielo più spesso, di averle dato la giusta importanza, il giusto tempo. Invece ora ho combinato l’ennesimo casino, facendo cadere la goccia che farà traboccare il vaso.
Trovare parcheggio è, ovviamente, un’impresa paragonabile ad una guerra interplanetaria. Quando raggiungo la fontana sono certo che non ci sia più.
Un’ora e venti di ritardo. Sono una merda.
Mi guardo attorno, cercandola nella folla che riempie lo spazio attorno a me, mi muovo di qualche passo, rassegnato a rientrare in macchina e andare a casa sua per pregarla in ginocchio di ascoltarmi.
Invece lei è lì, seduta sul bordo marmoreo della fontana. Si stringe nel suo piumino per combattere il freddo, soffia sulle mani per donargli un po’ di calore sfregandole insieme e infilandole poi dentro le maniche. I capelli, in parte coperti da un cappellino bordeaux, svolazzano liberi al vento come se volessero fuggire via. Mi avvicino fino a sedermi al suo fianco, stanco e privato di ogni facoltà di parola. Non so come scusarmi con lei. Non so come farmi perdonare. La sento rabbrividire al mio fianco, non so se è solo per il freddo; una volta mi confessò che i brividi le venivano anche quando la accarezzavo, quando sentiva il mio profumo vicino a lei, quando poggiava la testa sul mio petto e io le accarezzavo la schiena con la punta delle dita. E ora? E’ tutto scomparso? E’ tutto finito?
Abbiamo fatto troppi errori? Ho dato tutto troppo per scontato?
Mi avvicino un po’ di più al suo corpo rigido, le appoggio un braccio sulle spalle e la attiro a me, la sua testa trova in automatico il posto sul mio petto e cerco di donarle un po’ del calore che ancora sento dentro.
«Non so come scusarmi con te.» Mormoro baciandole la testa attraverso il cappello e inspirando un po’ del profumo che l’aria spinge fino al mio naso.
Mi aspetto le sue parole arrabbiate, furiose, determinate e rassegnate. Mi aspetto di sentirle dire: «E’ finita.» da un momento all’altro. Invece sta zitta.
Il silenzio, a volte, è peggio di mille parole.
«Bella, amore, mi dispiace. Non ho parole più sincere di queste per chiederti scusa.» Lei annuisce con il capo ancora appoggiato a me. Maledizione, devo uscirne. «Ho avuto un incontro con un fornitore, ho finito tardissimo e sono andato a casa a cambiarmi…»
«Non mi interessa, Edward.» Merda. Merda. Santissima merda.
Gli occhi mi si riempiono di lacrime, il suo tono non ammette repliche: freddo, anonimo, apatico, rassegnato. Cazzo.
«Bella, ti prego, lasciami spiegare.»
«No.» Si stacca dal mio corpo e si alza in piedi di fretta, barcolla un attimo e poi riacquista la sensibilità alle gambe, probabilmente atrofizzate dal freddo. «Non possiamo più continuare così.»
«Lo so. Questa serata doveva essere perfetta proprio per quello, per dimostrarti quanto stiamo bene insieme quando niente e nessuno si frappone fra noi.» Le dico a bassa voce guardandola. Lei fissa il prato ai nostri piedi.
«E’ una cazzata Edward, il mondo è qui, attorno a noi. Ci sarà sempre qualcosa a dividerci. Abbiamo due lavori incompatibili, i miei orari stanno diventando insopportabili e tu torni nel tuo appartamento alle cinque e mezzo del mattino… l’ora in cui di solito mi sveglio per prepararmi e andare al lavoro. Il tuo ritardo stasera è solo la dimostrazione che siamo completamente fuori dagli schemi e che non possiamo stare insieme o continuare con questo rapporto che ci distrugge.»
Infilo le mani nelle tasche del giubbotto, mi mordo il labbro superiore per non cominciare a piangere come un bambino, per non gridare e ricominciare a litigare come al solito. Voglio essere calmo, tranquillo e parlare con lei a cuore aperto.
«Davvero Edward, ci stiamo solo facendo del male. Ci stiamo intrappolando a vicenda.»
Le sue parole sono come una spada affilata che entra nel mio cuore e lo sfonda parte per parte. Lo infilza, lo tiene prigioniero, lo fa sanguinare come se non ci fosse un domani. Porco cazzo, morirò dissanguato su questo prato anche se nessuno lo potrà notare.
«Ci abbiamo provato ma… » Scuote la testa e chiude gli occhi, avvicinandosi a me di un passo. Apro le mie gambe automaticamente e lei ci si infila nel mezzo, appoggiando le sue mani delicate e ferme sulle mie spalle. Un gesto compiuto mille volte in passato, che ora ha un sapore amaro. Amava sentirsi più alta di me per qualche attimo, guardarmi mentre appoggiavo il volto sul suo petto e tenermi stretto, come se potesse proteggermi. Lo ama ancora? Si sente ancora così? Fisso il suo stomaco e le sue braccia protese su di me. Vorrei abbracciarla, stringerla così forte da incollarmela addosso. Vorrei baciarla, le sue labbra sono la cosa che mi mancherà in assoluto di più. Non posso fare a meno di volerle, desiderarle, morderle dolcemente e leccarle con passione. Le amo. Amo tutto di lei. Amo i suoi occhi, amo il suo cuore, amo il suo corpo e la sua anima. La amo infinitamente e lei mi sta spezzando il cuore.
Il bello è che non è nemmeno colpa sua.
Non è nemmeno solo colpa mia.
Siamo solo due persone che ci hanno provato… forse non fino in fondo.
«Di’ qualcosa, Edward.» Il nodo che mi stringe le corde vocali è duro da ingoiare, devo schiarirmi la voce diverse volte, mordermi la lingua e stringere i pugni per non piangere. Comunque mi esce una voce arrochita del cazzo.
«Ho fatto di tutto per questa serata. Avevo organizzato ogni dannata cosa. Dalla più insignificante come i vestiti da indossare. Volevo ripercorrere tutta la nostra storia in piccole tappe, quelle che mi hanno dimostrato quanto siamo fantastici insieme… E poi il destino si mette contro di me e mi fa arrivare in ritardo di un’ora e mezza.»
«E’ il destino che ti dice che non siamo fatti per stare insieme.» La spada esce dal mio cuore e viene spinta di nuovo dentro, in un altro punto, uno che era rimasto ancora intatto. Ora è spezzato pure quello. «In più San Valentino è il classico cliché, noi non siamo mai stati tipi così… le vacanze programmate, le ricorrenze, le cene romantiche. Siamo più gente da “prendi le cose come vengono”. Non capisco perché ci tenevi tanto perché fosse questa sera, se per lo più avevi altri impegni.» Eccola l’accusa che arriva dritta nel mio stomaco. Solitamente le liti iniziano con uno dei due che risponde a una trappola del genere e finisce, sempre, con uno dei due che sbatte la porta e se ne va. Qui non ci sono porte ma, anche se fisicamente è ancora qui con me, mentalmente lei mi ha già dato le spalle ed è pronta alla fuga, ne sono certo.
«Io… » Schiarisco la voce con dei colpi di tosse, maledetta emozione. Maledette lacrime. Maledetta voce roca. «Non abbiamo mai festeggiato San Valentino, siamo sempre stati troppo impegnati o troppo presi dalla frenesia del momento e abbiamo sempre snobbato questa festa. Mi piaceva regalarti qualcosa da tenere con te… per farmi perdonare, per dimostrarti che so essere romantico che… che anche se non sono un maledetto uomo impettito e con il futuro assicurato so prendermi cura di te. Invece…» Ho fallito in tutto. Non mi sono fatto perdonare, ho aggiunto benzina alle fiamme, non le ho dimostrato un cazzo a parte il fatto che sono un fallito. Un pezzo di merda. Per l’ennesima volta.
«Edward non continuiamo così, per favore. Questa situazione mi sta dilaniando. Qualunque cosa fosse successa stasera io ero venuta qui per mettere un punto a tutto ciò.» Le spalle cadono di colpo, mi accascio su me stesso e la forza che teneva chiusi i miei pugni evapora. Appoggio le mani, senza più alcuna energia, sulle cosce coperte dai jeans, gli occhi si chiudono sperando che il fiume in piena delle mie lacrime non decida di sgorgare proprio ora. il cuore fa così male che sembra essere stato preso a pugni, accoltellato e poi calpestato. Non ha mai fatto così male. Mai.
Quando apro gli occhi la prima cosa che vedo sono le mie mani, le dita dipinte e marchiate con inchiostro indelebile che mostrano l’amore puro e totale che provo per questa donna.
Il suo nome è inciso sulla mia pelle, sulle dita della mano sinistra, la mano del cuore, la mano in cui speravo di infilarci una fede un giorno. BELLS, quel nome mi guarda come una presa in giro. Riderei se non fossi distrutto. Solo io la chiamo così, solo io ho il permesso di farlo ed è da un’infinità di tempo che non lo pronuncio più. Eppure due settimane fa non ho resistito e sono entrato dal mio tatuatore di fiducia per fare questa follia. Non so se lei l’ha notato, ci siamo visti solo una volta e probabilmente era troppo stanca per farci caso.
Qualunque cosa sarebbe successa lei se ne sarebbe andata per sempre stasera. Per sempre. Ed io sono un coglione che sta male e soffre come una merda per aver perso la donna che volevo disperatamente sposare.
Senza pensarci la mano con il tatuaggio si muove per spazzare via le lacrime che, incontrollabili, sono scese contro il mio volere sul volto. Un gemito si leva dalla sua gola e sento un’imprecazione colorita giungermi alle orecchie.
«Quello quando l’hai fatto?» Scrollo le spalle e tossicchio schiarendomi la voce ancora una volta.
«Due settimane fa.» Appoggio di nuovo la mano sulla coscia ma lei, veloce, la prende tra le sue. Io non ce la faccio, proprio non ci riesco a non guardarla. Alzo gli occhi su di lei, sul suo volto sorpreso e sbigottito di fronte al mio tatuaggio. Lo guarda, lo fissa, lo osserva come se gli parlasse, come se le stesse spiegando il senso della vita. E’ meravigliata, gli occhi color cioccolata le brillano mentre accarezza con l’indice il contorno delle lettere. Si morde il labbro superiore, chiude gli occhi e resta con le dita intrecciate alle mie, mentre due lacrime le solcano il viso freddo e delicato. Alzo il braccio per tirargliele via e lei arrossisce. Arrossisce. Come quando diceva di amarmi, come quando rabbrividiva al contatto con la mia pelle, come quando i nostri corpi non potevano fare altro che cercarsi e attrarsi.
«Perché?» La sua domanda arriva tenue e modellata da lacrime che arrochiscono la sua voce.
«Ormai non ha più importanza, no? Qualunque cosa sarebbe successa questa sera… tu eri qui per chiudere, per dirmi che è finita. Non è così?» Tolgo la mano dalla sua e mi allontano dal contatto. Fa male toccarla. Fa male sentire la sua pelle a contatto con la mia. Fa male anche solo guardarla. Lei resta intrappolata tra le mie gambe e mi guarda. I nostri occhi si fondono insieme in uno sguardo bruciante e carico di milioni di parole. Tutte quelle che non riusciamo a dire. Tutte quelle che ci farebbero stare a galla. Parole che non diciamo da molto tempo.
«Edward…» Pronuncia il mio nome con voce fievole.
«Hai ragione, è meglio finirla qui. Ci stiamo spezzando il cuore a vicenda.» Cerco di alzarmi ma le sue mani spingono le mie spalle con una forza che non credevo avesse. Mi guarda disperata, con gli occhi ancora carichi di lacrime e le labbra tremanti. E’ il freddo, mi dico. Non si è emozionata, mi ripeto. Non può voler chiudere la nostra dannata storia e poi guardarmi con tutta quella disperazione negli occhi. Non può. Non vede la disperazione che mi sconquassa? Non sente come vibra il mio corpo scosso da singhiozzi silenziosi? Non si accorge del mio cuore dilaniato, a pezzi, calpestato?
I miei occhi parlano, me l’ha sempre detto; chissà cosa le raccontano ora che sto qui a soffrire, mentre lei mi ripete che è finita.
«Perché l’hai fatto? Perché ora? Perché?» Le sue domande non hanno senso, il suo tremore, l’emozione della voce, le sue lacrime… non hanno nessun cazzo di senso dopo le sue parole.
«Andiamo, ti riaccompagno a casa e raccolgo le mie cose.» Mi alzo in piedi, vincendo la sua misera forza che prima mi aveva sorpreso e obbligandola a fare qualche passo indietro. La mia figura la sovrasta, piccola com’è, eppure le è sempre piaciuto avermi al suo fianco perché pensava fossi il suo eroe, che la potessi proteggere sempre, da tutto. Una vana illusione.
«Non possiamo finire il discorso?» Scuoto la testa e cerco di muovermi per arrivare alla macchina il prima possibile, per accompagnarla a casa in tempi brevi, per mettere fine a tutto questo dolore del cazzo e fermarmi al bar a ubriacarmi con i miei fratelli. Loro sapranno come aggiustare il mio cuore, giusto?
Anche se tento di muovere qualche passo, le mie gambe restano inchiodate al terreno. Bella piange, è davvero disperata. Singhiozza con il capo abbassato mentre stringe le mani tra loro. Merda. Odio quando piange, mi dilania il cuore. Pensavo che non potesse fare più male di così, ma vederla in lacrime mi distrugge, mi annienta.
Mi avvicino a lei e la tiro tra le mie braccia, le sue si avvolgono attorno al mio corpo; spero smetta ma dopo qualche attimo i singhiozzi si fanno più forti e mi straziano.
«Ti prego, smettila. Non piangere. Sai che non ce la faccio a vederti piangere.» Si stringe al mio corpo tanto quanto io stringo lei, non ho paura di romperla, so che lei sopporta i miei abbracci ed io amo questa cosa. Non è mai troppo stretto per lei, è come se non fosse mai abbastanza forte il modo in cui la abbraccio. Ho sempre amato la sensazione di averla addossata al mio corpo, con le mie braccia che la stringono e il mio mento appoggiato sulla sua testa.
I singhiozzi non si fermano ed io vorrei che qualcuno mi frustasse piuttosto che assistere a questo dolore. Il suo è dolore, uguale al mio. Identico nella sua forza distruttiva.
«Mi dispiace.» Biascica tra i singhiozzi ed è quando sento quello che dice dopo che cedo, accasciandomi sul marmo della fontana e piangendo come un bambino. «Avevo una paura fottuta che non mi amassi più, che cercassi un modo per scaricarmi, per dirmi che era finita e non volevo… Dio! Non lo potevo sopportare. Mi sono chiesta come avrei fatto a reggere questo colpo… pensavo addirittura che avessi un’altra e che non trovassi il modo per lasciarmi. E allora mi sono convinta a farlo io. Sono arrivata alle sette qui davanti ma tu non c’eri… non arrivavi più ed io sono morta di paura, combattuta tra il chiamarti e l’andarmene. Non volevo soffrire. Non volevo farmi male. Non volevo che fossi tu a dirmi addio… non ce l’avrei fatta.» Si piega su di me, ora sono poco più basso di lei, mentre io appoggio il volto sul suo petto e me la stringo forte addosso. Le gambe non reggono attaccate dalla tremarella.
«Dio!»
«Mi dispiace. Mi dispiace tanto. Ero così arrabbiata che tu fossi arrivato in ritardo e ho trovato la motivazione giusta per dirti quelle cose, mentre dentro ne morivo… poi ho visto la tua mano. Ti sei fatto tatuare il mio nome sulla tua pelle, dove lo vedi ogni giorno, dove chiunque lo può vedere… hai fatto crollare tutto. Ogni cosa. Ogni paura. Ogni rimpianto, ogni cazzo di dolore.»
Come siamo arrivati a questo?
Ero convinto che fosse finita, mi stavo convincendo che ce l’avrei fatta, che i miei fratelli mi avrebbero aiutato, che le cose che avrei preso a casa sua sarebbero rimaste dentro una scatola perché avrebbero avuto il suo profumo ma che sarei andato avanti, prima o poi. Invece…
«Ti amo Edward, non hai idea di quanto.»
Sorrido come un ebete mentre singhiozzo sul suo petto. Scivolo dal marmo della fontana e mi siedo sull’erba umida, non mi importa neppure se mi si ghiaccia il culo e mi si bagnano le mutande. ‘Fanculo!
Me la tiro in grembo, si siede portando le ginocchia ai lati delle mie gambe. Mi stringe mentre mi bacia la guancia, la mandibola, il collo e mentre le lacrime continuano a scendere imperterrite.
Riesco, a malincuore, a staccarla dal mio corpo appena, giusto per poterla guardare negli occhi. I nostri occhi così simili adesso. Le asciugo le lacrime con entrambe le mani, poi le incornicio il volto e con i pollici le cancello la scia bagnata dal volto. Mi imita. Ci avviciniamo, appoggiamo le fronti una con l’altra e sorridiamo come due fottuti cretini.
Scoppiamo a ridere e le nostre labbra, ammorbidite dal pianto, si toccano e si incontrano delicatamente. Vorrei fermarmi qui. Ma le sue labbra sono perfette. Ma proprio perfette. La mia lingua si insinua nella sua bocca, i denti mi fermano, nel gioco che ha imparato a fare tempo fa e che sa farmi impazzire, e poi mi lascia entrare sorridendo. La sua lingua è veloce ad incontrare la mia. Le sue mani stringono la mia faccia, mi avvicinano di più a lei come se potessi esserlo ancora di più. Come se potesse respirare solo attraverso me. Mi accarezza le guance, muove le dita sui capelli che riesce a raggiungere, spinge il suo petto contro il mio e morde le mie labbra. E’ fuori controllo. Totalmente presa dalla frenesia e dalla passione, non le importa un accidente che siamo nel bel mezzo di Central Park con centinaia di persone che ci passano accanto e che ci guardano, che si beano del nostro momento privato.
La cosa bella, ovviamente, è che è l’esatto riflesso di me.
Le nostre bocche non si staccano, le lingue fanno fatica a separarsi, i denti continuano a cercare di mordere, di punire, di marchiare le labbra dell’altro, ma non fanno altro che aumentare il piacere e il desiderio che sta esplodendo.
«Bells…» Mormoro mentre la spingo lontano dalle mie labbra giusto il tempo di dirle quello che devo. Mi guarda sconvolta e confusa per il mio gesto. «Ti amo da morire.»
Un sorriso le spunta sul volto, prima timido poi sempre più audace. Le riempie il viso, lo colora, lo rende meraviglioso. Ed io mi sento orgoglioso, proprio come quella sera di anni fa quando l’ho fatta ridere nonostante tutto.
La bacio. Bacio quel sorriso, bacio le sue labbra che amo, bacio la donna che è ancora qui con me.
Non è finita. No. Lei è ancora seduta su di me, il suo corpo condivide il calore con il mio, le sue mani stringono la mia pelle e le sue labbra baciano le mie. E’ ancora qui.
Mi stacco dal bacio guadagnandomi un grugnito e un’imprecazione degna di un uomo e le sorrido.
«Mentre…» Mi schiarisco la voce ancora una volta. Maledizione alle emozioni. «Mentre tu sei venuta qui con l’intento di non soffrire, di non lasciare che io ti lasciassi… Io avevo architettato tutta una serata particolare. Non possiamo fare nulla ora perché è saltato ogni piano ma… » Sorrido timidamente, cercando di non morire per l’imbarazzo e sperando di non farmela sotto dalla paura. Si alza solo un angolo della mia bocca, riconosco nel suo sguardo quel luccichio di sempre a questo mio sorriso… quello vulnerabile. Mi dico che sono forte, che non ho nulla da temere, che siamo ancora qui e che non è una follia. Così stacco le mani dal suo viso e recupero il mio regalo dalla tasca del giubbotto. «Ma, come dicevo, possiamo passare direttamente al momento finale.»
Apro il palmo della mia mano sotto il suo volto, un anello di oro bianco e diamanti brilla in tutta la sua lucentezza e, per un breve momento, temo possa non piacerle. Quando i miei occhi incontrano i suoi, però, mi esplode il cuore. I pezzi tornano tutti al loro posto, una colla magica li riassetta e compone il puzzle e mentre i suoi occhi brillano tanto quanto il diamante nel mio palmo, io mi commuovo.
«Non so fare un discorso sensato di solito, tantomeno adesso.» Non riesco a farla ridere, ma almeno sorride. «L’intenzione di questa serata era dimostrarti che, nonostante tutto, nonostante il mio lavoro possa sembrare da pezzente, nonostante la tua famiglia ti abbia voltato le spalle, nonostante gli impegni e il poco tempo a nostra disposizione… Ecco… a prescindere da tutto noi siamo perfetti insieme. Quando i primi tempi ti addormentavi sul mio petto e restavamo a dormire tutta la notte sul divano era meraviglioso, tenerti tra le braccia e svegliarmi con te addossata al corpo significava avere già una buona giornata in partenza. Amavo quei giorni. Quelli in cui incasinavi il mio appartamento con le tue borse per la notte, i vestiti dimenticati sulla poltrona in salotto. Amavo prepararti la cena prima di andare al lavoro e amavo trovarti nel mio letto quando tornavo.» Mi fermo per un secondo, cerco le parole che si muovono caotiche dentro la mia mente, perché a guidarle è solo la forza di un cuore pazzo d’amore. Lei ha gli occhi ancora lucidi, le mani che tremano e il labbro intrappolato tra i denti. Maledizione, è bellissima!
«Amavi?» Fievole arriva la sua domanda.
«Mi manca tutto quanto. Lo amo Bella, amo te, amo ciò che rappresenti per me, amo come mi fai sentire e, allo stesso tempo, odio quanto vulnerabile e pappamolle riesci a farmi diventare.» Riesco a farla ridere, e le lacrime si sentono in diritto di scendere giù.
«Anche io lo amavo. Lo amo.»
«Adoro tenerti stretta, amo tenerti la mano quando passeggiamo. Vado fuori di testa per le tue labbra e sogno ogni notte di poter fare l’amore con te continuamente. Continuamente Bells. E sai cosa ancora?» Scuote la testa, muta. «Impazzisco al pensiero di averti al mio fianco tutta la vita, amarti, coccolarti, viziarti, prendermi cura di te, avere dei bambini con te. E’ una follia buona. Mi fa scoppiare il cuore di una gioia infinita. Lo amo.»
«Cazzo, menomale che non eri bravo con i discorsi. Non hai mai parlato così tanto e non ho mai pianto così tanto.» Si asciuga le lacrime, ma subito dopo ne scendono altre. Io sono troppo teso per ridere, sono troppo agitato anche solo per accorgermi che siamo ancora seduti al freddo, sull’erba di Central Park, mentre attorno a noi si è formata una folla pazzesca.
«Tu non te ne rendi conto, Bells, ma questo discorso effettivamente fa schifo e resterà nella storia come la proposta di matrimonio più stupida della storia, probabilmente. Per non parlare del fatto che ci stiamo ghiacciando le chiappe davanti a decine e decine di sconosciuti!» Si sente una risata generale, mentre lei scuote la testa e mi sorride dolce. «Non sono bravo in niente di più che nel mio lavoro, non sono bravo neanche ad amarti, ho fatto milioni di sbagli, ultimo e non ultimo, quello di stasera. Ma ti amo. Ti amo pazzamente. Ti amo così tanto che voglio dare una svolta a tutto. Vieni a vivere con me, riduciamo gli orari di lavoro o prendiamoci dei giorni di ferie per noi… Impareremo a gestire la nostra agenda, i nostri orari e il tempo insieme. Ti prometto che insieme ne saremo capaci. Ti prometto, qui davanti a tutte queste persone, che mi assicurerò di dirti che ti amo tutti i giorni, più volte al giorno; mi accerterò di non farti mancare nulla, di renderti felice, orgogliosa, soddisfatta. Mi impegnerò a farti sentire voluta, amata, desiderata tutti i giorni da qui fino a… per sempre!» Le prendo la mano sinistra nella mia e con la voce roca e tremante, le mani instabili e gli occhi lucidi puntati nei suoi finisco il mio discorso. «Mi vuoi sposare?» Un coro di oohh si leva dal nostro pubblico privato, lei sorride e annuisce, mormorando un fiacchissimo sì mangiato dall’emozione. L’anello scorre sul suo dito meravigliosamente, come se fosse stato creato apposta per la sua pelle. E’ perfetto, proprio come noi due.
Un coro di voci e congratulazioni si levano nel cielo, gli applausi squarciano la tranquillità di quel luogo… e noi siamo qui: fermi, immobili, persi uno nello sguardo dell’altra a parlare con gli occhi al posto che con le parole. Non ci accorgiamo di niente. Esistiamo solo noi due e quella piccola bolla che, ora ne sono certo, non esploderà mai.
«Sai, non hai ancora detto nulla… » Le soffio sulle labbra togliendole con le dita una ciocca di capelli finita sul viso.
«E’ perché sono sconvolta e stravolta dalle tue parole. Dalla tua proposta… da tutto.»
«Lo sono anche io.» Le parole potranno anche essere state di tutti, la mia dichiarazione d’amore al mondo, ma i gesti e i baci sono solo nostri. La tengo tra le braccia e mi alzo, attorno a noi gridano “Bacio! Bacio!” come se fossimo protagonisti di uno show. Per accontentare quella piccola nicchia le accarezzo le labbra dolcemente con le mie e, camminando veloce, raggiungo l’auto parcheggiata a metri e metri di distanza. L’appartamento più vicino è il suo, ne sono consapevole, eppure guido come un pazzo disperato verso il mio. La voglio nel mio letto, tra le mie cose, dove starà per sempre.
«Perché?» La sua domanda mi distrae.
«Perché cosa?» Chiedo in confusione continuando a scalare le marce e a correre verso casa. Maledetta minicar.
«Perché quel tatuaggio? Non mi hai ancora risposto.»
«Perché no?» Le dico allora, sperando che non indaghi oltre. Mi sono già scoperto abbastanza stasera e ho paura a dire di più.
Arriviamo a casa, stranamente, in breve tempo. Parcheggio come capita nel garage e la prendo in braccio prima di salire con l’ascensore. «Mi sei mancata.» Le dico durante la salita, mentre lei mi bacia la guancia e mi accarezza i capelli.
«Anche tu.» Infilo le chiavi nella toppa ed entro velocemente in casa, chiudo la porta con un calcio e cammino veloce fino alla camera da letto. Quando sono lì la lascio cadere sul mio letto. La spoglio mentre le sue mani cercano di fare altrettanto con me. E’ tutto frenetico, veloce, passionale, duro, vero. E’ mancanza, rabbia, tristezza, malinconia, amore, follia, passione… è tutto.
La bacio. La mordo. Le stringo la pelle e l’accarezzo. La bacio ancora. La mordo ancora. I suoi gemiti si espandono per tutta la camera e fanno vibrare il mio cuore ancora di più. Le lascio qualche segno, domani avrà dei lividi dove le mie dita hanno stretto di più. So fin dove posso spingermi, so che ama quando sono rude alle volte, so che capisce il bisogno di possederla, di fonderla con il mio corpo, di renderla mia in tutto e per tutto. Non si è mai lamentata, sa che non le farei mai del male.
«Ti prego Edward!» Il comodino è troppo lontano dalla mia posizione, cerco di arrivarci senza staccare le labbra dal suo corpo, ma non ce la faccio. Separo la mia bocca dalla sua pelle e cambio posizione, allungando il braccio e frugando dentro il cassetto. Bella cerca di trascinarmi via. «Edward, ti prego.»
«Non implorarmi, bambina. Prendo un preservativo e sono tuo.»
Le sue mani mi circondano il volto, i suoi occhi cercano i miei: cioccolato ardente e menta si fondono.
«Lascia stare.» Mi irrigidisco cercando di afferrare lo stesso il preservativo ma lei scuote la testa sorridendo.
«Bella…»
«Sarò tua moglie, vivremo insieme, condivideremo la vita da qui e per sempre. Entrambi vogliamo dei figli in futuro, devo dire che non mi dispiacerebbe tentarci già da ora.» Mi sorride teneramente, mentre negli occhi ha quel guizzo birichino che mi ha fatto crollare ai suoi piedi perdutamente.
«Pazza!» La bacio. «Folle!» La bacio con più clamore. «Ma cazzo, sì!» Le sue gambe avvolgono il mio bacino mentre scivolo dentro di lei semplicemente. Le nostre bocche ancora legate tra loro si separano per permetterci di respirare. Le sensazioni sono così reali, così pure, così forti che mi fanno desiderare di essere seppellito in lei per sempre.
«Oh mio Dio! Muoviti. Muoviti Edward.»
Incapace di muovere un muscolo senza venire stringo i pugni di fianco alla sua testa. La rigidità del mio corpo la mette in allerta e mi fissa confusa.
«Dammi un attimo.» Ringhio a pochi respiri dalla sua bocca. Inspiro ed espiro a tempo con il suo petto che si alza e si abbassa, le sue tette mi ipnotizzano e, non so come, riesco a riprendere il controllo. Spingo dentro di lei una volta e poi un’altra e un’altra ancora, fino a perdere di nuovo la testa. Mi stringe le braccia, mi morde la spalla e grida il mio nome chiedendomi di non fermarmi. Non ci penso nemmeno. Sono in paradiso.
I suoi muscoli si stringono attorno al mio membro e un gemito incontrollato mi esce dalle labbra stordendomi. Cazzo, non ho mai goduto così tanto in vita mia.
I miei fianchi si muovono da soli, mi spingo dentro di lei con più forza, il suo orgasmo cresce sempre di più, fino ad esplodere. Grida il mio nome, geme e ansima violentemente. Le mordo la spalla, il collo e con un ringhio animale mi svuoto dentro di lei, cullato dal suo calore e dal battito del suo cuore.
«Butta quei cazzo di preservativi nella spazzatura. Li abolisco.»
«Ricevuto.» Non so dove trovo la forza di ridere, ma lo faccio e poi rotolo sul letto, portandola su di me.
Dopo qualche minuto di silenzio alza la testa e mi guarda.
«Non è stato il solito cliché. E’ stato un San Valentino pazzesco, anche se entrambi odiamo questa festa e preferiremmo battezzare ogni punto della casa per la seconda o terza volta. Sei meraviglioso.» Le sorrido e le bacio le labbra morbide ancora una volta.
«A Natale non siamo riusciti ad andare al Resort… per cui ho pensato di prenotare una vacanza lampo in questi giorni. Pensi di poterti liberare?» Le sussurro.
«Chiederò a una delle ragazze di sostituirmi. Posso sapere dove mi porti?»
«Las Vegas.» Storce il naso ma sorride.
«E che ci facciamo a Las Vegas? Cerchiamo di diventare milionari?»
«No, ci sposiamo! Questo week-end. E diventiamo marito e moglie. Che ne dici?»
«Dico che sei fuori di testa, ma ti amo oltre l’impossibile!» Ride come una pazza rotolando di fianco a me sul letto. Preso da un’insana voglia di giocare la blocco sotto di me e le faccio il solletico: si dimena, si agita, ride e rischio di rimetterci i gioielli di famiglia. Quando mi decido a darle tregua le accarezzo la pelle con la mano tatuata. Lei si incanta sul movimento ed io lo stesso.
«Perché?» Chiede ancora. Sorrido, guardando la mia mano sulla sua pelle chiara e sudata.
«Perché non mi bastava averti accanto. Perché mi mancavi. Perché ti amo. Perché sei mia. Perché sono folle e voglio ricordarmi ogni secondo della mia giornata di chi sono. Perché voglio gridare al mondo che sei mia moglie e che nessuno ti porterà via da me. Perché sei tutto. Perché quando ti accarezzo è ancora più bello guardarti sapendo che solo le mie mani possono farlo.»
Mi sorride e i suoi occhi si illuminano, mormora quasi senza voce un Ti amo che dentro questa stanza, con noi due ancora nudi e intrecciati, appassionati, innamorati, sembra il più forte grido mai udito. Le sorrido e mi piego su di lei per sussurrarle all’orecchio…
«Facciamolo ancora, così ti mostro perché.»
Ho sempre pensato che lei meritasse di più e vedendo l’enorme stronzata di stasera ne sono sempre più convinto. Mi lascerà. Mi trascinerò a casa con il cuore infranto, con le tasche piene di speranze e il cuore spezzato in mille pezzi. Non credo abbia una vaga idea di quanto la amo o di quanto sia importante per me. Vorrei averglielo dimostrato, vorrei essere stato capace di dirglielo più spesso, di averle dato la giusta importanza, il giusto tempo. Invece ora ho combinato l’ennesimo casino, facendo cadere la goccia che farà traboccare il vaso.
Trovare parcheggio è, ovviamente, un’impresa paragonabile ad una guerra interplanetaria. Quando raggiungo la fontana sono certo che non ci sia più.
Un’ora e venti di ritardo. Sono una merda.
Mi guardo attorno, cercandola nella folla che riempie lo spazio attorno a me, mi muovo di qualche passo, rassegnato a rientrare in macchina e andare a casa sua per pregarla in ginocchio di ascoltarmi.
Invece lei è lì, seduta sul bordo marmoreo della fontana. Si stringe nel suo piumino per combattere il freddo, soffia sulle mani per donargli un po’ di calore sfregandole insieme e infilandole poi dentro le maniche. I capelli, in parte coperti da un cappellino bordeaux, svolazzano liberi al vento come se volessero fuggire via. Mi avvicino fino a sedermi al suo fianco, stanco e privato di ogni facoltà di parola. Non so come scusarmi con lei. Non so come farmi perdonare. La sento rabbrividire al mio fianco, non so se è solo per il freddo; una volta mi confessò che i brividi le venivano anche quando la accarezzavo, quando sentiva il mio profumo vicino a lei, quando poggiava la testa sul mio petto e io le accarezzavo la schiena con la punta delle dita. E ora? E’ tutto scomparso? E’ tutto finito?
Abbiamo fatto troppi errori? Ho dato tutto troppo per scontato?
Mi avvicino un po’ di più al suo corpo rigido, le appoggio un braccio sulle spalle e la attiro a me, la sua testa trova in automatico il posto sul mio petto e cerco di donarle un po’ del calore che ancora sento dentro.
«Non so come scusarmi con te.» Mormoro baciandole la testa attraverso il cappello e inspirando un po’ del profumo che l’aria spinge fino al mio naso.
Mi aspetto le sue parole arrabbiate, furiose, determinate e rassegnate. Mi aspetto di sentirle dire: «E’ finita.» da un momento all’altro. Invece sta zitta.
Il silenzio, a volte, è peggio di mille parole.
«Bella, amore, mi dispiace. Non ho parole più sincere di queste per chiederti scusa.» Lei annuisce con il capo ancora appoggiato a me. Maledizione, devo uscirne. «Ho avuto un incontro con un fornitore, ho finito tardissimo e sono andato a casa a cambiarmi…»
«Non mi interessa, Edward.» Merda. Merda. Santissima merda.
Gli occhi mi si riempiono di lacrime, il suo tono non ammette repliche: freddo, anonimo, apatico, rassegnato. Cazzo.
«Bella, ti prego, lasciami spiegare.»
«No.» Si stacca dal mio corpo e si alza in piedi di fretta, barcolla un attimo e poi riacquista la sensibilità alle gambe, probabilmente atrofizzate dal freddo. «Non possiamo più continuare così.»
«Lo so. Questa serata doveva essere perfetta proprio per quello, per dimostrarti quanto stiamo bene insieme quando niente e nessuno si frappone fra noi.» Le dico a bassa voce guardandola. Lei fissa il prato ai nostri piedi.
«E’ una cazzata Edward, il mondo è qui, attorno a noi. Ci sarà sempre qualcosa a dividerci. Abbiamo due lavori incompatibili, i miei orari stanno diventando insopportabili e tu torni nel tuo appartamento alle cinque e mezzo del mattino… l’ora in cui di solito mi sveglio per prepararmi e andare al lavoro. Il tuo ritardo stasera è solo la dimostrazione che siamo completamente fuori dagli schemi e che non possiamo stare insieme o continuare con questo rapporto che ci distrugge.»
Infilo le mani nelle tasche del giubbotto, mi mordo il labbro superiore per non cominciare a piangere come un bambino, per non gridare e ricominciare a litigare come al solito. Voglio essere calmo, tranquillo e parlare con lei a cuore aperto.
«Davvero Edward, ci stiamo solo facendo del male. Ci stiamo intrappolando a vicenda.»
Le sue parole sono come una spada affilata che entra nel mio cuore e lo sfonda parte per parte. Lo infilza, lo tiene prigioniero, lo fa sanguinare come se non ci fosse un domani. Porco cazzo, morirò dissanguato su questo prato anche se nessuno lo potrà notare.
«Ci abbiamo provato ma… » Scuote la testa e chiude gli occhi, avvicinandosi a me di un passo. Apro le mie gambe automaticamente e lei ci si infila nel mezzo, appoggiando le sue mani delicate e ferme sulle mie spalle. Un gesto compiuto mille volte in passato, che ora ha un sapore amaro. Amava sentirsi più alta di me per qualche attimo, guardarmi mentre appoggiavo il volto sul suo petto e tenermi stretto, come se potesse proteggermi. Lo ama ancora? Si sente ancora così? Fisso il suo stomaco e le sue braccia protese su di me. Vorrei abbracciarla, stringerla così forte da incollarmela addosso. Vorrei baciarla, le sue labbra sono la cosa che mi mancherà in assoluto di più. Non posso fare a meno di volerle, desiderarle, morderle dolcemente e leccarle con passione. Le amo. Amo tutto di lei. Amo i suoi occhi, amo il suo cuore, amo il suo corpo e la sua anima. La amo infinitamente e lei mi sta spezzando il cuore.
Il bello è che non è nemmeno colpa sua.
Non è nemmeno solo colpa mia.
Siamo solo due persone che ci hanno provato… forse non fino in fondo.
«Di’ qualcosa, Edward.» Il nodo che mi stringe le corde vocali è duro da ingoiare, devo schiarirmi la voce diverse volte, mordermi la lingua e stringere i pugni per non piangere. Comunque mi esce una voce arrochita del cazzo.
«Ho fatto di tutto per questa serata. Avevo organizzato ogni dannata cosa. Dalla più insignificante come i vestiti da indossare. Volevo ripercorrere tutta la nostra storia in piccole tappe, quelle che mi hanno dimostrato quanto siamo fantastici insieme… E poi il destino si mette contro di me e mi fa arrivare in ritardo di un’ora e mezza.»
«E’ il destino che ti dice che non siamo fatti per stare insieme.» La spada esce dal mio cuore e viene spinta di nuovo dentro, in un altro punto, uno che era rimasto ancora intatto. Ora è spezzato pure quello. «In più San Valentino è il classico cliché, noi non siamo mai stati tipi così… le vacanze programmate, le ricorrenze, le cene romantiche. Siamo più gente da “prendi le cose come vengono”. Non capisco perché ci tenevi tanto perché fosse questa sera, se per lo più avevi altri impegni.» Eccola l’accusa che arriva dritta nel mio stomaco. Solitamente le liti iniziano con uno dei due che risponde a una trappola del genere e finisce, sempre, con uno dei due che sbatte la porta e se ne va. Qui non ci sono porte ma, anche se fisicamente è ancora qui con me, mentalmente lei mi ha già dato le spalle ed è pronta alla fuga, ne sono certo.
«Io… » Schiarisco la voce con dei colpi di tosse, maledetta emozione. Maledette lacrime. Maledetta voce roca. «Non abbiamo mai festeggiato San Valentino, siamo sempre stati troppo impegnati o troppo presi dalla frenesia del momento e abbiamo sempre snobbato questa festa. Mi piaceva regalarti qualcosa da tenere con te… per farmi perdonare, per dimostrarti che so essere romantico che… che anche se non sono un maledetto uomo impettito e con il futuro assicurato so prendermi cura di te. Invece…» Ho fallito in tutto. Non mi sono fatto perdonare, ho aggiunto benzina alle fiamme, non le ho dimostrato un cazzo a parte il fatto che sono un fallito. Un pezzo di merda. Per l’ennesima volta.
«Edward non continuiamo così, per favore. Questa situazione mi sta dilaniando. Qualunque cosa fosse successa stasera io ero venuta qui per mettere un punto a tutto ciò.» Le spalle cadono di colpo, mi accascio su me stesso e la forza che teneva chiusi i miei pugni evapora. Appoggio le mani, senza più alcuna energia, sulle cosce coperte dai jeans, gli occhi si chiudono sperando che il fiume in piena delle mie lacrime non decida di sgorgare proprio ora. il cuore fa così male che sembra essere stato preso a pugni, accoltellato e poi calpestato. Non ha mai fatto così male. Mai.
Quando apro gli occhi la prima cosa che vedo sono le mie mani, le dita dipinte e marchiate con inchiostro indelebile che mostrano l’amore puro e totale che provo per questa donna.
Il suo nome è inciso sulla mia pelle, sulle dita della mano sinistra, la mano del cuore, la mano in cui speravo di infilarci una fede un giorno. BELLS, quel nome mi guarda come una presa in giro. Riderei se non fossi distrutto. Solo io la chiamo così, solo io ho il permesso di farlo ed è da un’infinità di tempo che non lo pronuncio più. Eppure due settimane fa non ho resistito e sono entrato dal mio tatuatore di fiducia per fare questa follia. Non so se lei l’ha notato, ci siamo visti solo una volta e probabilmente era troppo stanca per farci caso.
Qualunque cosa sarebbe successa lei se ne sarebbe andata per sempre stasera. Per sempre. Ed io sono un coglione che sta male e soffre come una merda per aver perso la donna che volevo disperatamente sposare.
Senza pensarci la mano con il tatuaggio si muove per spazzare via le lacrime che, incontrollabili, sono scese contro il mio volere sul volto. Un gemito si leva dalla sua gola e sento un’imprecazione colorita giungermi alle orecchie.
«Quello quando l’hai fatto?» Scrollo le spalle e tossicchio schiarendomi la voce ancora una volta.
«Due settimane fa.» Appoggio di nuovo la mano sulla coscia ma lei, veloce, la prende tra le sue. Io non ce la faccio, proprio non ci riesco a non guardarla. Alzo gli occhi su di lei, sul suo volto sorpreso e sbigottito di fronte al mio tatuaggio. Lo guarda, lo fissa, lo osserva come se gli parlasse, come se le stesse spiegando il senso della vita. E’ meravigliata, gli occhi color cioccolata le brillano mentre accarezza con l’indice il contorno delle lettere. Si morde il labbro superiore, chiude gli occhi e resta con le dita intrecciate alle mie, mentre due lacrime le solcano il viso freddo e delicato. Alzo il braccio per tirargliele via e lei arrossisce. Arrossisce. Come quando diceva di amarmi, come quando rabbrividiva al contatto con la mia pelle, come quando i nostri corpi non potevano fare altro che cercarsi e attrarsi.
«Perché?» La sua domanda arriva tenue e modellata da lacrime che arrochiscono la sua voce.
«Ormai non ha più importanza, no? Qualunque cosa sarebbe successa questa sera… tu eri qui per chiudere, per dirmi che è finita. Non è così?» Tolgo la mano dalla sua e mi allontano dal contatto. Fa male toccarla. Fa male sentire la sua pelle a contatto con la mia. Fa male anche solo guardarla. Lei resta intrappolata tra le mie gambe e mi guarda. I nostri occhi si fondono insieme in uno sguardo bruciante e carico di milioni di parole. Tutte quelle che non riusciamo a dire. Tutte quelle che ci farebbero stare a galla. Parole che non diciamo da molto tempo.
«Edward…» Pronuncia il mio nome con voce fievole.
«Hai ragione, è meglio finirla qui. Ci stiamo spezzando il cuore a vicenda.» Cerco di alzarmi ma le sue mani spingono le mie spalle con una forza che non credevo avesse. Mi guarda disperata, con gli occhi ancora carichi di lacrime e le labbra tremanti. E’ il freddo, mi dico. Non si è emozionata, mi ripeto. Non può voler chiudere la nostra dannata storia e poi guardarmi con tutta quella disperazione negli occhi. Non può. Non vede la disperazione che mi sconquassa? Non sente come vibra il mio corpo scosso da singhiozzi silenziosi? Non si accorge del mio cuore dilaniato, a pezzi, calpestato?
I miei occhi parlano, me l’ha sempre detto; chissà cosa le raccontano ora che sto qui a soffrire, mentre lei mi ripete che è finita.
«Perché l’hai fatto? Perché ora? Perché?» Le sue domande non hanno senso, il suo tremore, l’emozione della voce, le sue lacrime… non hanno nessun cazzo di senso dopo le sue parole.
«Andiamo, ti riaccompagno a casa e raccolgo le mie cose.» Mi alzo in piedi, vincendo la sua misera forza che prima mi aveva sorpreso e obbligandola a fare qualche passo indietro. La mia figura la sovrasta, piccola com’è, eppure le è sempre piaciuto avermi al suo fianco perché pensava fossi il suo eroe, che la potessi proteggere sempre, da tutto. Una vana illusione.
«Non possiamo finire il discorso?» Scuoto la testa e cerco di muovermi per arrivare alla macchina il prima possibile, per accompagnarla a casa in tempi brevi, per mettere fine a tutto questo dolore del cazzo e fermarmi al bar a ubriacarmi con i miei fratelli. Loro sapranno come aggiustare il mio cuore, giusto?
Anche se tento di muovere qualche passo, le mie gambe restano inchiodate al terreno. Bella piange, è davvero disperata. Singhiozza con il capo abbassato mentre stringe le mani tra loro. Merda. Odio quando piange, mi dilania il cuore. Pensavo che non potesse fare più male di così, ma vederla in lacrime mi distrugge, mi annienta.
Mi avvicino a lei e la tiro tra le mie braccia, le sue si avvolgono attorno al mio corpo; spero smetta ma dopo qualche attimo i singhiozzi si fanno più forti e mi straziano.
«Ti prego, smettila. Non piangere. Sai che non ce la faccio a vederti piangere.» Si stringe al mio corpo tanto quanto io stringo lei, non ho paura di romperla, so che lei sopporta i miei abbracci ed io amo questa cosa. Non è mai troppo stretto per lei, è come se non fosse mai abbastanza forte il modo in cui la abbraccio. Ho sempre amato la sensazione di averla addossata al mio corpo, con le mie braccia che la stringono e il mio mento appoggiato sulla sua testa.
I singhiozzi non si fermano ed io vorrei che qualcuno mi frustasse piuttosto che assistere a questo dolore. Il suo è dolore, uguale al mio. Identico nella sua forza distruttiva.
«Mi dispiace.» Biascica tra i singhiozzi ed è quando sento quello che dice dopo che cedo, accasciandomi sul marmo della fontana e piangendo come un bambino. «Avevo una paura fottuta che non mi amassi più, che cercassi un modo per scaricarmi, per dirmi che era finita e non volevo… Dio! Non lo potevo sopportare. Mi sono chiesta come avrei fatto a reggere questo colpo… pensavo addirittura che avessi un’altra e che non trovassi il modo per lasciarmi. E allora mi sono convinta a farlo io. Sono arrivata alle sette qui davanti ma tu non c’eri… non arrivavi più ed io sono morta di paura, combattuta tra il chiamarti e l’andarmene. Non volevo soffrire. Non volevo farmi male. Non volevo che fossi tu a dirmi addio… non ce l’avrei fatta.» Si piega su di me, ora sono poco più basso di lei, mentre io appoggio il volto sul suo petto e me la stringo forte addosso. Le gambe non reggono attaccate dalla tremarella.
«Dio!»
«Mi dispiace. Mi dispiace tanto. Ero così arrabbiata che tu fossi arrivato in ritardo e ho trovato la motivazione giusta per dirti quelle cose, mentre dentro ne morivo… poi ho visto la tua mano. Ti sei fatto tatuare il mio nome sulla tua pelle, dove lo vedi ogni giorno, dove chiunque lo può vedere… hai fatto crollare tutto. Ogni cosa. Ogni paura. Ogni rimpianto, ogni cazzo di dolore.»
Come siamo arrivati a questo?
Ero convinto che fosse finita, mi stavo convincendo che ce l’avrei fatta, che i miei fratelli mi avrebbero aiutato, che le cose che avrei preso a casa sua sarebbero rimaste dentro una scatola perché avrebbero avuto il suo profumo ma che sarei andato avanti, prima o poi. Invece…
«Ti amo Edward, non hai idea di quanto.»
Sorrido come un ebete mentre singhiozzo sul suo petto. Scivolo dal marmo della fontana e mi siedo sull’erba umida, non mi importa neppure se mi si ghiaccia il culo e mi si bagnano le mutande. ‘Fanculo!
Me la tiro in grembo, si siede portando le ginocchia ai lati delle mie gambe. Mi stringe mentre mi bacia la guancia, la mandibola, il collo e mentre le lacrime continuano a scendere imperterrite.
Riesco, a malincuore, a staccarla dal mio corpo appena, giusto per poterla guardare negli occhi. I nostri occhi così simili adesso. Le asciugo le lacrime con entrambe le mani, poi le incornicio il volto e con i pollici le cancello la scia bagnata dal volto. Mi imita. Ci avviciniamo, appoggiamo le fronti una con l’altra e sorridiamo come due fottuti cretini.
Scoppiamo a ridere e le nostre labbra, ammorbidite dal pianto, si toccano e si incontrano delicatamente. Vorrei fermarmi qui. Ma le sue labbra sono perfette. Ma proprio perfette. La mia lingua si insinua nella sua bocca, i denti mi fermano, nel gioco che ha imparato a fare tempo fa e che sa farmi impazzire, e poi mi lascia entrare sorridendo. La sua lingua è veloce ad incontrare la mia. Le sue mani stringono la mia faccia, mi avvicinano di più a lei come se potessi esserlo ancora di più. Come se potesse respirare solo attraverso me. Mi accarezza le guance, muove le dita sui capelli che riesce a raggiungere, spinge il suo petto contro il mio e morde le mie labbra. E’ fuori controllo. Totalmente presa dalla frenesia e dalla passione, non le importa un accidente che siamo nel bel mezzo di Central Park con centinaia di persone che ci passano accanto e che ci guardano, che si beano del nostro momento privato.
La cosa bella, ovviamente, è che è l’esatto riflesso di me.
Le nostre bocche non si staccano, le lingue fanno fatica a separarsi, i denti continuano a cercare di mordere, di punire, di marchiare le labbra dell’altro, ma non fanno altro che aumentare il piacere e il desiderio che sta esplodendo.
«Bells…» Mormoro mentre la spingo lontano dalle mie labbra giusto il tempo di dirle quello che devo. Mi guarda sconvolta e confusa per il mio gesto. «Ti amo da morire.»
Un sorriso le spunta sul volto, prima timido poi sempre più audace. Le riempie il viso, lo colora, lo rende meraviglioso. Ed io mi sento orgoglioso, proprio come quella sera di anni fa quando l’ho fatta ridere nonostante tutto.
La bacio. Bacio quel sorriso, bacio le sue labbra che amo, bacio la donna che è ancora qui con me.
Non è finita. No. Lei è ancora seduta su di me, il suo corpo condivide il calore con il mio, le sue mani stringono la mia pelle e le sue labbra baciano le mie. E’ ancora qui.
Mi stacco dal bacio guadagnandomi un grugnito e un’imprecazione degna di un uomo e le sorrido.
«Mentre…» Mi schiarisco la voce ancora una volta. Maledizione alle emozioni. «Mentre tu sei venuta qui con l’intento di non soffrire, di non lasciare che io ti lasciassi… Io avevo architettato tutta una serata particolare. Non possiamo fare nulla ora perché è saltato ogni piano ma… » Sorrido timidamente, cercando di non morire per l’imbarazzo e sperando di non farmela sotto dalla paura. Si alza solo un angolo della mia bocca, riconosco nel suo sguardo quel luccichio di sempre a questo mio sorriso… quello vulnerabile. Mi dico che sono forte, che non ho nulla da temere, che siamo ancora qui e che non è una follia. Così stacco le mani dal suo viso e recupero il mio regalo dalla tasca del giubbotto. «Ma, come dicevo, possiamo passare direttamente al momento finale.»
Apro il palmo della mia mano sotto il suo volto, un anello di oro bianco e diamanti brilla in tutta la sua lucentezza e, per un breve momento, temo possa non piacerle. Quando i miei occhi incontrano i suoi, però, mi esplode il cuore. I pezzi tornano tutti al loro posto, una colla magica li riassetta e compone il puzzle e mentre i suoi occhi brillano tanto quanto il diamante nel mio palmo, io mi commuovo.
«Non so fare un discorso sensato di solito, tantomeno adesso.» Non riesco a farla ridere, ma almeno sorride. «L’intenzione di questa serata era dimostrarti che, nonostante tutto, nonostante il mio lavoro possa sembrare da pezzente, nonostante la tua famiglia ti abbia voltato le spalle, nonostante gli impegni e il poco tempo a nostra disposizione… Ecco… a prescindere da tutto noi siamo perfetti insieme. Quando i primi tempi ti addormentavi sul mio petto e restavamo a dormire tutta la notte sul divano era meraviglioso, tenerti tra le braccia e svegliarmi con te addossata al corpo significava avere già una buona giornata in partenza. Amavo quei giorni. Quelli in cui incasinavi il mio appartamento con le tue borse per la notte, i vestiti dimenticati sulla poltrona in salotto. Amavo prepararti la cena prima di andare al lavoro e amavo trovarti nel mio letto quando tornavo.» Mi fermo per un secondo, cerco le parole che si muovono caotiche dentro la mia mente, perché a guidarle è solo la forza di un cuore pazzo d’amore. Lei ha gli occhi ancora lucidi, le mani che tremano e il labbro intrappolato tra i denti. Maledizione, è bellissima!
«Amavi?» Fievole arriva la sua domanda.
«Mi manca tutto quanto. Lo amo Bella, amo te, amo ciò che rappresenti per me, amo come mi fai sentire e, allo stesso tempo, odio quanto vulnerabile e pappamolle riesci a farmi diventare.» Riesco a farla ridere, e le lacrime si sentono in diritto di scendere giù.
«Anche io lo amavo. Lo amo.»
«Adoro tenerti stretta, amo tenerti la mano quando passeggiamo. Vado fuori di testa per le tue labbra e sogno ogni notte di poter fare l’amore con te continuamente. Continuamente Bells. E sai cosa ancora?» Scuote la testa, muta. «Impazzisco al pensiero di averti al mio fianco tutta la vita, amarti, coccolarti, viziarti, prendermi cura di te, avere dei bambini con te. E’ una follia buona. Mi fa scoppiare il cuore di una gioia infinita. Lo amo.»
«Cazzo, menomale che non eri bravo con i discorsi. Non hai mai parlato così tanto e non ho mai pianto così tanto.» Si asciuga le lacrime, ma subito dopo ne scendono altre. Io sono troppo teso per ridere, sono troppo agitato anche solo per accorgermi che siamo ancora seduti al freddo, sull’erba di Central Park, mentre attorno a noi si è formata una folla pazzesca.
«Tu non te ne rendi conto, Bells, ma questo discorso effettivamente fa schifo e resterà nella storia come la proposta di matrimonio più stupida della storia, probabilmente. Per non parlare del fatto che ci stiamo ghiacciando le chiappe davanti a decine e decine di sconosciuti!» Si sente una risata generale, mentre lei scuote la testa e mi sorride dolce. «Non sono bravo in niente di più che nel mio lavoro, non sono bravo neanche ad amarti, ho fatto milioni di sbagli, ultimo e non ultimo, quello di stasera. Ma ti amo. Ti amo pazzamente. Ti amo così tanto che voglio dare una svolta a tutto. Vieni a vivere con me, riduciamo gli orari di lavoro o prendiamoci dei giorni di ferie per noi… Impareremo a gestire la nostra agenda, i nostri orari e il tempo insieme. Ti prometto che insieme ne saremo capaci. Ti prometto, qui davanti a tutte queste persone, che mi assicurerò di dirti che ti amo tutti i giorni, più volte al giorno; mi accerterò di non farti mancare nulla, di renderti felice, orgogliosa, soddisfatta. Mi impegnerò a farti sentire voluta, amata, desiderata tutti i giorni da qui fino a… per sempre!» Le prendo la mano sinistra nella mia e con la voce roca e tremante, le mani instabili e gli occhi lucidi puntati nei suoi finisco il mio discorso. «Mi vuoi sposare?» Un coro di oohh si leva dal nostro pubblico privato, lei sorride e annuisce, mormorando un fiacchissimo sì mangiato dall’emozione. L’anello scorre sul suo dito meravigliosamente, come se fosse stato creato apposta per la sua pelle. E’ perfetto, proprio come noi due.
Un coro di voci e congratulazioni si levano nel cielo, gli applausi squarciano la tranquillità di quel luogo… e noi siamo qui: fermi, immobili, persi uno nello sguardo dell’altra a parlare con gli occhi al posto che con le parole. Non ci accorgiamo di niente. Esistiamo solo noi due e quella piccola bolla che, ora ne sono certo, non esploderà mai.
«Sai, non hai ancora detto nulla… » Le soffio sulle labbra togliendole con le dita una ciocca di capelli finita sul viso.
«E’ perché sono sconvolta e stravolta dalle tue parole. Dalla tua proposta… da tutto.»
«Lo sono anche io.» Le parole potranno anche essere state di tutti, la mia dichiarazione d’amore al mondo, ma i gesti e i baci sono solo nostri. La tengo tra le braccia e mi alzo, attorno a noi gridano “Bacio! Bacio!” come se fossimo protagonisti di uno show. Per accontentare quella piccola nicchia le accarezzo le labbra dolcemente con le mie e, camminando veloce, raggiungo l’auto parcheggiata a metri e metri di distanza. L’appartamento più vicino è il suo, ne sono consapevole, eppure guido come un pazzo disperato verso il mio. La voglio nel mio letto, tra le mie cose, dove starà per sempre.
«Perché?» La sua domanda mi distrae.
«Perché cosa?» Chiedo in confusione continuando a scalare le marce e a correre verso casa. Maledetta minicar.
«Perché quel tatuaggio? Non mi hai ancora risposto.»
«Perché no?» Le dico allora, sperando che non indaghi oltre. Mi sono già scoperto abbastanza stasera e ho paura a dire di più.
Arriviamo a casa, stranamente, in breve tempo. Parcheggio come capita nel garage e la prendo in braccio prima di salire con l’ascensore. «Mi sei mancata.» Le dico durante la salita, mentre lei mi bacia la guancia e mi accarezza i capelli.
«Anche tu.» Infilo le chiavi nella toppa ed entro velocemente in casa, chiudo la porta con un calcio e cammino veloce fino alla camera da letto. Quando sono lì la lascio cadere sul mio letto. La spoglio mentre le sue mani cercano di fare altrettanto con me. E’ tutto frenetico, veloce, passionale, duro, vero. E’ mancanza, rabbia, tristezza, malinconia, amore, follia, passione… è tutto.
La bacio. La mordo. Le stringo la pelle e l’accarezzo. La bacio ancora. La mordo ancora. I suoi gemiti si espandono per tutta la camera e fanno vibrare il mio cuore ancora di più. Le lascio qualche segno, domani avrà dei lividi dove le mie dita hanno stretto di più. So fin dove posso spingermi, so che ama quando sono rude alle volte, so che capisce il bisogno di possederla, di fonderla con il mio corpo, di renderla mia in tutto e per tutto. Non si è mai lamentata, sa che non le farei mai del male.
«Ti prego Edward!» Il comodino è troppo lontano dalla mia posizione, cerco di arrivarci senza staccare le labbra dal suo corpo, ma non ce la faccio. Separo la mia bocca dalla sua pelle e cambio posizione, allungando il braccio e frugando dentro il cassetto. Bella cerca di trascinarmi via. «Edward, ti prego.»
«Non implorarmi, bambina. Prendo un preservativo e sono tuo.»
Le sue mani mi circondano il volto, i suoi occhi cercano i miei: cioccolato ardente e menta si fondono.
«Lascia stare.» Mi irrigidisco cercando di afferrare lo stesso il preservativo ma lei scuote la testa sorridendo.
«Bella…»
«Sarò tua moglie, vivremo insieme, condivideremo la vita da qui e per sempre. Entrambi vogliamo dei figli in futuro, devo dire che non mi dispiacerebbe tentarci già da ora.» Mi sorride teneramente, mentre negli occhi ha quel guizzo birichino che mi ha fatto crollare ai suoi piedi perdutamente.
«Pazza!» La bacio. «Folle!» La bacio con più clamore. «Ma cazzo, sì!» Le sue gambe avvolgono il mio bacino mentre scivolo dentro di lei semplicemente. Le nostre bocche ancora legate tra loro si separano per permetterci di respirare. Le sensazioni sono così reali, così pure, così forti che mi fanno desiderare di essere seppellito in lei per sempre.
«Oh mio Dio! Muoviti. Muoviti Edward.»
Incapace di muovere un muscolo senza venire stringo i pugni di fianco alla sua testa. La rigidità del mio corpo la mette in allerta e mi fissa confusa.
«Dammi un attimo.» Ringhio a pochi respiri dalla sua bocca. Inspiro ed espiro a tempo con il suo petto che si alza e si abbassa, le sue tette mi ipnotizzano e, non so come, riesco a riprendere il controllo. Spingo dentro di lei una volta e poi un’altra e un’altra ancora, fino a perdere di nuovo la testa. Mi stringe le braccia, mi morde la spalla e grida il mio nome chiedendomi di non fermarmi. Non ci penso nemmeno. Sono in paradiso.
I suoi muscoli si stringono attorno al mio membro e un gemito incontrollato mi esce dalle labbra stordendomi. Cazzo, non ho mai goduto così tanto in vita mia.
I miei fianchi si muovono da soli, mi spingo dentro di lei con più forza, il suo orgasmo cresce sempre di più, fino ad esplodere. Grida il mio nome, geme e ansima violentemente. Le mordo la spalla, il collo e con un ringhio animale mi svuoto dentro di lei, cullato dal suo calore e dal battito del suo cuore.
«Butta quei cazzo di preservativi nella spazzatura. Li abolisco.»
«Ricevuto.» Non so dove trovo la forza di ridere, ma lo faccio e poi rotolo sul letto, portandola su di me.
Dopo qualche minuto di silenzio alza la testa e mi guarda.
«Non è stato il solito cliché. E’ stato un San Valentino pazzesco, anche se entrambi odiamo questa festa e preferiremmo battezzare ogni punto della casa per la seconda o terza volta. Sei meraviglioso.» Le sorrido e le bacio le labbra morbide ancora una volta.
«A Natale non siamo riusciti ad andare al Resort… per cui ho pensato di prenotare una vacanza lampo in questi giorni. Pensi di poterti liberare?» Le sussurro.
«Chiederò a una delle ragazze di sostituirmi. Posso sapere dove mi porti?»
«Las Vegas.» Storce il naso ma sorride.
«E che ci facciamo a Las Vegas? Cerchiamo di diventare milionari?»
«No, ci sposiamo! Questo week-end. E diventiamo marito e moglie. Che ne dici?»
«Dico che sei fuori di testa, ma ti amo oltre l’impossibile!» Ride come una pazza rotolando di fianco a me sul letto. Preso da un’insana voglia di giocare la blocco sotto di me e le faccio il solletico: si dimena, si agita, ride e rischio di rimetterci i gioielli di famiglia. Quando mi decido a darle tregua le accarezzo la pelle con la mano tatuata. Lei si incanta sul movimento ed io lo stesso.
«Perché?» Chiede ancora. Sorrido, guardando la mia mano sulla sua pelle chiara e sudata.
«Perché non mi bastava averti accanto. Perché mi mancavi. Perché ti amo. Perché sei mia. Perché sono folle e voglio ricordarmi ogni secondo della mia giornata di chi sono. Perché voglio gridare al mondo che sei mia moglie e che nessuno ti porterà via da me. Perché sei tutto. Perché quando ti accarezzo è ancora più bello guardarti sapendo che solo le mie mani possono farlo.»
Mi sorride e i suoi occhi si illuminano, mormora quasi senza voce un Ti amo che dentro questa stanza, con noi due ancora nudi e intrecciati, appassionati, innamorati, sembra il più forte grido mai udito. Le sorrido e mi piego su di lei per sussurrarle all’orecchio…
«Facciamolo ancora, così ti mostro perché.»

Storia intensa è dire poco! Qui ci sono due persone che evidentemente si amano moltissimo ma a cui la vita pone di fronte una serie di ostacoli che li hanno indubbiamente provati e lisi. Pensavo finisse malissimo e invece hai risolto con un lungo confronto che non lascia incertezze. Mi viene da pensare che ce la faranno!
RispondiEliminaMolto bella, molto approfondita, brava!
-Sparv-
L'amore vince su tutto. Bellissima storia, finalmente hanno aperto il loro cuore e si sono chiariti, capendo che loro sono più importanti di tutti gli impedimenti che la vita ti pone sulla strada. Mi spiace perchè non posso essere originale, ma ti dico complimenti molto, molto bella
RispondiEliminaChe storia intensa!
RispondiEliminaMi sentivo male per loro veramente ...sentivo lo strazio dei loro cuori.
Spero davvero ce la facciano, se lo meritano.
Grazie
Ciao , trovo intensa e interessante questa tua shot. Mi sono piaciuti i dialoghi
RispondiEliminaE niente sono proprio controcorrente stavolta, mi sto preoccupando.
RispondiEliminaAahhhhhhhhhhhhhhhhh, che sofferenza, è stata una sofferenza in crescendo.
E se sei chi io penso che tu sia, hai dei seri problemi con i ritardi =P
Anche se il ritardo è solo una scusa, almeno qua.
Per fortuna ho confidato nel titolo e non mi ha deluso, tutto si è risolto con anche un finale perfetto ^_^
Grazie
JB
L'ho letta tutta d'un fiato. Mi è piaciuto viaggiare nella mente di Edward, è bello ogni tanto vedere le cose dal suo punto di vista. Mi sono sentita un po' come lui, ad un certo punto, lì su quel marmo angosciato per le parole di Bella. Sentirsi abbandonati, vedere la tua metà che ti lascia indietro, che si allontana e che cerca un'altra strada è sempre qualcosa che ti angoscia un po', poi a San Valentino........
RispondiEliminaLa speranza finale però mi fa venir voglia di augurargli il meglio e di incrociare le dita per loro ahaha!
Mi è piaciuta, complimenti e grazie di aver partecipato.
Aly
VOTO 2
RispondiEliminaStoria molto ben scritta, dettagliata, personaggi e situazioni delineati nel migliore dei modi, magari un po' troppo sdolcinata per il mio gusto personale, troppo stile dramma da telenovela, però bella. Il mio voto è 1.
RispondiEliminavoto : 2
RispondiEliminaComplimenti! Storia travolgente, che si legge tutta d'un fiato intrappolati dalla paura di Edward di perdere l'amore della sua vita. La sofferenza di lui prima, e di entrambi poi, è palpabile, ti prende, ti vibra dentro... e poi esplode nella gioia. Bravissima... veramente.
RispondiEliminaScritta in maniera egregia, tranne che per delle piccolezze che nulla tolgono al godimento della lettura.
Voto 2
RispondiEliminaL'amore e tutte le paure che lo accompagnano quando non si riesce a dialogare li hai descritti benissimo. Mi hai coinvolto! Sembrava di essere lì tra la folla di Central park!
RispondiEliminaBrava!
Georgia
Il mio voto è 2
RispondiEliminaGeorgia
Bellissima storia. Hai descritto perfettamente la situazione in cui si trovano. Il Insomma non c'è niente che mi muova dentro come un Edward che soffre per amore!!! Grazie! Cristina.
RispondiEliminaVOTO 3
RispondiEliminaMolto interessante perché è difficile trovare rappresentato un Edward così fragile emotivamente, uno che si denuda davanti ai nostri occhi stracciandosi le vesti per il suo non considerarsi all'altezza della donna che ama. La storia poi riesce anche a rendere il contesto e, in breve, lo sviluppo del rapporto tra i due protagonisti. Mi piace l'idea di un sentimento così forte che riesce a resistere alle difficoltà oggettive, ai silenzi e alle incomprensioni. Consiglio personale: è meglio se davvero cercano di far coincidere un po' di più i loro orari perché non basta vivere nella stessa casa per risolvere i problemi.
RispondiElimina2 punti
RispondiEliminaRosa
Davvero bellissima e scritta molto bene.
RispondiEliminaPurtroppo mi sono ridotta a leggere e commentare all'ultimo minuto però ci tenevo a dirti che ho amato questa storia.
Grazie e complimenti.
L'ho adorata. Mi è piaciuto da morire questo Edward così vero, così pieno di insicurezze e consapevole delle sue colpe!!! Bravissima,
RispondiEliminaAleuname.
3 punti!!!
EliminaAleuname
voto 2
RispondiEliminaSituazione da ...schiaffi!!!! Mi hanno urtato, divertito, urtato di nuovo, intenerito, questi due zucconi che si amano ma temono di soffrire, poi vogliono dirsi poi non si dicono, poi alla fine si parlano e si capiscono.
RispondiEliminaMi sembrava perfino che non mi fosse piaciuta molto questa storia, ma invece ho pensato che è stata quella che mi ha trasmesso più empatia e quindi... A te vanno i miei 3 punti!